Martedì 2 febbraio 2010 2 02 /02 /2010 15:40
 

ll diciassettenne Berardelli carico di suggestioni della vita trascorsa nella cittadina catanzarese, approda a Roma; il padre rientrato dalla Somalia, ha un incarico nella città eterna.

Per il giovane Berardelli, Roma è una “scoperta”, un luogo dove si approda con lo smarrimento del cuore. Da studente nel Convitto Galluppi di Catanzaro aveva scritto una “Elegia Romana”. La scoperta della sua Roma segna il trapasso dello spazio arcaico calabrese allo spazio urbano della modernità .Berardelli ha grande rispetto per gli scrittori a sfondo “regionale”, in lui convivono due dimensioni che si illuminano vicendevolmente, basti pensare che nel dicembre del 1925 al Circolo dei Calabresi commemora il compianto Luigi Siciliani. Il suo scrittore preferito. Roma chiude la stagione dell'adolescenza e apre il periodo dell'apprendistato culturale che lo conduce alla maturità. Si iscrive all'università alla facoltà di Giurisprudenza. Quando ci si decide per un mestiere, all'inizio c'è sempre un tirocinio. Così è anche per chi scrive poesie. Versi che ci sembrano nati per grazia divina ma sono frutto di un durissimo apprendistato.

“L'Elegia Romana” del Berardelli nel 1936 venne da Davide Mastrandrea trascritta in latino e pubblicata su “Donna Italiana”. La rivista della Zopegni per molti anni continuò a pubblicare liturgie di cordoglio al giovane poeta, come perpetuo rito commemorativo secondo l'usanza del tempo. 






berardellifranco.JPG

ELEGIA ROMANA


 

Roma, audis? Roma, urbs divina ex urbibus una

aeternis aeterna, urbs orbis et ipsa, vocas?

 

Exspectans adsum,venio ad te. Sic redit exul

et patriam terram sic premit ore suam


prorsus ab urbe diu distractus. Te peto, Roma,

te quaero ut nidum quaerit hirundo suum,

 

teque volo ut carpens fugientis et ultima vitae

momenta os ori colliger et peream


dum tibi laetitia commotum pectus adhaeret,

spiritus et sistiens funditur usque tuo,


dum rubet irrumpens, sicut rubet occiduus sol,

sanguis miscetur purpureoque tuo


et vita et caelum simul uno ardore jugantur

et venam, ut juvenum, turgida vena petis.


Roma, audis? Roma, urbs divina ex urbibus una

aeternis aeterna, urbs orbis et ipsa, vocas?



Dulce vetat gremium nobis nitor ipse coruscus

et vestis niveum virgineumque latus.


Non aliter formam velabant pepla puellis.

Tu, qua succensus mundus amore fuit,


Roma potens, augusta, ferox, Roma inviolata,

omnes alliciens, omnibus et renuens,


consenti mihi. Tu titania germina nostri

Roma feres: vita hine, hinc novus orbis erit.



Hoc scio, coniugium nobils fatale futurum:

venae flagrabunt igne cremante meae


oscula funus erunt, tu prorsus perdideris me.

Hoc scio, Roma, tamen te moriturus amat,


te petit os ori cor cordi affixus. Adurar

ignibus, ipsa quibus tu modo corriperis,


attamen exsultans remeo ad te, Roma, tuumque

ad pectus, tantum si mihi forte semel


tecum vivendum est, tua si conceditur unquam

vita mihi, si das oscula, Roma tua.


Deficio exanguis, dea Roma aeterna, tibi ora

-nonne vides?- lacrymis sunt madefacta meis.


Vena fluit sensimque animos velamen opacat

amplexusque potens solvitur ipse meus ;


languida membra cadunt, laxantur brachia, rauca

vox mea singultu concutiente sonat.


Nunc pereo terram perfundens sanguine. At ultra

tecum vivam. Armis usque corusca simul


nos superabimus arva, memor numerabis avorum

et decus et famam, dum simul ulterius


trans pagos minime tecum, dea Roma, ferendos

ibimus et nobis pervia cuncta patent.


Tu vivens, expers ego vitae. Et sempre amores

larva mei repetam, sed memor umbra tui.


 

Oscula cantabo celebrandaque carmine membra

et pingues myrrhas aequoreasque comas,


quodque est omne tuum perfusaque sanguine rubro

ora, tuo factus corde poeta, canam.


Carmina cantabo sonitu properantia mortem

te te seu Charytes seu fera bella colas,


Roma pontens, divina mihi urbs ex urbibus una

aeternis aeterna, urbs orbis et ipsa, canam.



Marzo 1936 trad. David Mastrandrea








                     Elegia romana




O Roma, mi ascolti? O Roma città divina e la sola

eterna fra le città eterne, e tu stessa città del mondo, mi chiami?


Aspettando ti sono vicino, vengo verso di te.

cosi l’esule ritorna e cosi bacia direttamente con la

bocca la sua patria terra separato a lungo dalla città


Ti cerco, o Roma, ti cerco spesso quando la rondine cerca spesso

il suo nido e voglio da te che staccandosi anche gli ultimi momenti

della vita che fugge si raccolga bocca contro bocca e perisca

finché la gioia ti tenga stretto il petto commosso, e lo spirito

arrestandosi si fondi fino al tuo (spirito), finché rosseggi irrompendo,

cosi come rosseggia il sole che tramonta e mescoli il suo sangue

al tuo sangue purpureo e si congiungano la vita e il cielo

insieme in un solo ardore e una turgida vena, siccome giovane,

cerca un’(altra) vena.


O Roma, mi ascolti? O Roma città divina e la sola

eterna fra le città eterne, e tu stessa città del mondo, mi chiami?


Uno splendore per se stesso tremante e una veste

larga, bianchissima e pura, ci impediscono il dolce seno


non diversamente i mantelli nascondevano la bellezza

alle fanciulle


Tu, del cui amore il mondo fu acceso, Roma potente,

augusta, fiera, Roma imbattuta, tutti tenendo uniti e a

tutti opponendoti, acconsentimi.


Tu o Roma porterai i germogli titanici di noi: da

qui la vita, da qui ci sarà un nuovo mondo.


Questo io so: a noi è comune un futuro fatale

le mie vene arderanno di un fuoco che incendia, i miei

baci saranno la morte, tu comunque mi avrai perso


questo so, o Roma, tuttavia uno destinato a morire ti ama,

ti cerca attaccato bocca alla bocca e cuore su cuore.


Sono arso dal fuoco, nel quale me stessa tu poco

fa hai sorpreso, ma tuttavia esultando ritorno verso di te,

o Roma, e sul tuo petto, cosi tanto forte per me bisogna

vivere con te, se mai la tua vita mi sia concessa, se

dai tuoi baci o Roma


manco del sangue, o divina Roma eterna, per te le mie labbra

-non vedi?- sono bagnate dalle mie lacrime.

La vena fluisce e a poco a poco rende opaca l’anima

e il mio potente abbraccio per se stesso si scioglie;

le mie membra languide cadono, si afflosciano le braccia,

la mia roca voce risuona di un singhiozzo persistente


Ora perdo la terra versando sangue. Ma vivrò con

Te al di là.


Noi insieme con le armi supereremo persino i campi

tremolanti, tu memore canterai la fama e l’onore degli

antenati, finché unito con te andremo portandoci fin oltre

i villaggi, o divina Roma, e per noi si apriranno tutti

gli accessi.


Tu vivente, io estraneo alla vita. E sempre ripeterò

le mie furiose passioni, ma ombra memore di te


canterò i baci e le membra che devono

essere celebrate con la poesia e le pingui mirre

e le onde marine, canterò ogni cosa che è tua e la

bocca bagnata di sangue rosso, diventato poeta col

tuo cuore.


Canterò con strepito le poesie che avvicinano la

morte, sia che tu coltivi cariti sia le feroci guerre,

canterò o Roma potente, città per me divina ed

eterna fra le città eterne e tu stessa città del mondo.

 



Berardelli da "Penduli di mughetto"



dicembre 2007- Traduzione dalla versione latina prof. Mimmo Maisto






 

 

 

 

 

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Sabato 23 gennaio 2010 6 23 /01 /2010 09:28

  La maturità è tutto- tutto sta ad essere pronti- sono espressioni scritte e dette da Shakespeare. La consapevolezza è quella di accettare quello che il destino ci riserva. Nel 1929 Berardelli pubblica sulla rivista “Nuova Cultura” di Napoli un poema di nove poesie dal titolo “Fiamma” dedicate alle donne amate e desiderate. Poesie che ci aiutano a capire la disposizione d'animo con cui Berardelli ha vissuto il suo dramma tra il cerchio della solitudine e l'altalena di una speranza di guarigione.

Le nove poesie di “Fiamma” ispirate tra il 1927 e il 1929, sette in italiano e due in inglese con traduzione, non sono soltanto un piccolo canzoniere d'amore, di una straordinaria vibrante tenerezza, ma assumono un significato più vasto, vanno considerate come un consuntivo di una esperienza umana,artistica e poetica di Berardelli. Il poemetto “Fiamma” apparso sulla “Nuova Cultura”sono esperienze amorose vere e/o false del giovane poeta martiranese. A quel che si dice il poeta fu preso dai lacci dell'Eros, durante gli anni universitari con la poetessa Antonella G. e durante la malattia con una vivace creatura Maria Annina C. Le poesie pubblicate trascendono il fatto privato, pur senza mai astrarne del tutto anzi mantenendovi aderenti, e si sollevano a un consuntivo esistenziale di una purezza e di una concentrazione lirica assoluta. Lo stesso Berardelli sembra suggerirci una prospettiva esatta di lettura: “ E' il tutto e il nulla ma Amleto nel sogno dimenticherà il dubbio terribile e indomo ”. Berardelli si è sempre spostato verso il lirismo simbolico, non solo con le poesie d'amore, ma soprattutto con “L'altra cosa bella”.

“Fiamma” è una novità stilistica di grande rilievo; l'adozione di un verso breve, di una poesia che vuole essere rivelatrice di un destino, così la donna si fa simbolo contraddittorio di vita e di morte. Il binomio amore e morte si rivela in tutta la sua drammaticità come forza di una storia d'amore che ha un inizio e una fine. In “Fiamma” il poeta sembra abbandonarsi alla speranza che “l'amore” possa sorridere veramente anche per lui, far affluire la vita dal gelo intorpidito nel quale ormai sembra esserci acquietato. La speranza di chi non spera più, e pur non facendosi illusioni è capace per un momento di assaporare tutte le dolcezze del sogno, di quello che potrebbe essere una fiamma, una luce mattutina che splende sui versi e i madrigali, specie nelle poesie in inglese. C'è in “Fiamma” una pacata accettazione del destino, l'intima persuasione che la meta finale non può essere la morte, il dolce nulla...Nella pacata rinuncia alla Vita, Berardelli può pensare senza intimo stringimento alla vita che continua per gli altri, al susseguirsi dei giorni, delle stagioni, al paragone di questo eterno durare che la sua vicenda con le donne è stato solo un flirt, una piccola impercettibile increspatura della superficie dell'esistenza che si è subito appianata.” ho terra, sii leggera su di lei poiché essa non gravò mai su di te.”



Un  dolce pensiero fanciulla, / dormire sognare la felicità / nel grembo, che ancora non sa / l'amplesso segreto / dell'uomo. / E' tutto ed è nulla, / ma Amleto / nel sogno / dimenticherà / il dubbio terribile e indomo./ Anch'io, / ho sete e bisogno / fanciulla, d'oblio !

Berardelli "Fiamma" 1929

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Sabato 16 gennaio 2010 6 16 /01 /2010 09:25
    Franco Berardelli scoprì la letteratura e la cultura inglese attraverso i “Canti Perfetti” di Luigi Siciliani. Non fu il solo, molti giovani tra cui Cesare Pavese, allora si accostarono al mondo inglese e americano. In Berardelli la letteratura inglese non fu solo un simbolo o una “moda”, ma divenne al di là di una precisa valutazione critica, una esperienza interiore rivolta a una storia propria poetica.
La prima traduzione in inglese pubblicata da Berardelli è quella sulla rivista “La Donna Italiana” nel 1927 “To my feher my first”, successivamente altri esperimenti di versione, li crea e li inserisce nella raccolta “Fiamma”. Tentare un discorso organico sul lavoro di Berardelli traduttore con il poco materiale pubblicato non è possibile verificarne la qualità.
Le traduzioni di Berardelli appartengono al periodo di “apprentissage” del poeta. Egli tradusse Sonetti di H.W.Longfellow e W.Shakespeare,conseguentemente e deliberatamente allo scopo di recare rapporti nuovi nella sua poesia.

 

 francoberardelli.JPG

 




To my father first

english poesy



My sister, my friend, spring evening

has camed

in thy little garden from distant

dreamlamd

Spring evening has camed a ros-brush

is fired

in thy little garden, my sister,my

friend

Our love is entomben in that rosy

grave,

the saderess, my darling watch this

rosy grave.



Translation



Amica, sorella, la sera primaverile è

giunta

nel tuo piccolo giardino da un

lontano paese di sogno

la sera primaverile è giunta un rosario

s'è acceso

ne tuo piccolo giardino, o Sorella

o Amica

Il nostro amore è sepolto in

quella tomba rosata

La tristezza, mia diletta, veglia questa

rosata tomba.


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Sabato 9 gennaio 2010 6 09 /01 /2010 08:58

Il primo sforzo è stato quello di trovare la naturalezza , la profondità e il ritmo d'ogni parola. Con” i Sonetti” Berardelli cercò di trovare una coincidenza fra la matrice tradizionale e la necessità espressiva del suo tempo. Per il giovane poeta era ancora possibile creare un mondo moderno, una poesia in versi, anche se in quegli anni si faceva prosa e poesia in prosa. Attraverso "i Sonetti”, Berardelli ci indica un'ancora di salvezza nel rileggere umilmente i poeti che cantano,egli non cerca Saffo, Foscolo, Leopardi, Shakespeare, Keaks, Shelley, Beethoven, Chopin, come persone ma cerca il loro canto. Il canto di tutti questi artisti li trova nel sonetto, nel bel canto italiano. Attraverso gli artisti “maggiori” ricostruisce il canto con una nuova capacità evocativa conquistata dalle parole. Egli si affida al sonetto come “materia immaginativa”ottenuta nella distanza della memoria,in quella “assenza” piena di risonanza di cui tanto spesso Berardelli ci parla. L'assenza” è il mondo lontano nello spazio e nel tempo che torna a udirsi vivo con il sentimento romantico della memoria e della fantasia. L'assenza è uno dei temi cari alla poetica berardelliana, presente come richiamo all'infanzia perduta,(la zia Serafina, il nonno, Martirano). Alla sua vita da “girovago” per sanatori e ospedali,(il padre, la madre, lo zio Michele, le sorelle). Alla sua innocenza catturata dalla tisi. L'assenza è la evocazione che rasserena l'uomo di pena, il miraggio a cui volgersi nel momento della sofferenza, il richiamo che scaturisce dal contatto tragico con la realtà come dato autobiografico e storia privata che emerge dalla dialettica tra esperienza e parola. Nei “Sonetti” pur se c'è una matrice biografica del poeta c'è anche il canto della gioventù perduta, la gioventù è già un concetto astratto rarefatta stagione di memoria. La memoria diventa testimonianza storica,storia e memoria si chiudono nel cerchio dei simboli e delle analogie,cosicché il poeta può ora recuperare la presenza degli “idoli” perduti,(Glauco,l'Aquilotto,Asburgo,Serra e Baracca). Il tema del mito del mito classico, i resti del passato vivono in lui uomo d'oggi, non fuori la storia ma dentro la storia, (la marcia su Roma). Il tema della religiosità riempie il “vuoto” e “l'eterno”,(la preghiera di V. Ierace, l'ultima cena,Getsemani, via crucis, l'ora sesta) sono i sonetti per un approdo a quella terra promessa dopo la nostra morte.





franci-berardelli-testa.JPG

Voi mi foste conforto ad ogni male In voi chiusi il mio mondo e i miei pensieri.


                                                                 Congedo

Addio, sonetti. Sotto tristi auspici / nasceste nei miei sogni tormentati, / quando, indarno, riposo e tregua ai fati / chiesi sul petto degli antichi amici. / Tutti a me presso, in tempi più felici: / e dal mio cuor scendea pace agli irati, / forza ai deboli, fede ai disperati, / luce ai ciechi e conforto agli infelici ! / Oggi che vado chino sotto il pondo / di tanto afffanno, e cerco sopra i volti / il lume d'un sorriso vagabondo, / per disdegno e dispregio in sè raccolti, / muti, li vedo tutti. E' vero! Al mondo / non c'è pietà, nè posto pei sepolti ! Cosa importa che ad altri faccia festa / il vecchio mondo ( e ai vinti non perdoni) / e d'alloro e di mirto l'incoroni / nella lotta venale e disonesta, / se voi brevi ed amplissime canzoni / foste tregua alla cura più molesta? / Raggi di sole in mezzo ai lampi e a' tuoni / di questa vita simile a tempesta? / Addio sonetti, amici del mio duolo, / fiori sbocciati sotto gl'invernali / venti, e fioriti lungo i cimiteri. / Voi mi foste vicini in tutti i mali, / nelle gioie, nei sogni, e nei pensieri. / Ed or che ve ne andate, io resto solo!.


Franco Berardelli  da " I sonetti" Roma 1931    


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Lunedì 4 gennaio 2010 1 04 /01 /2010 08:49

  Franco Berardelli senza mai smentirsi o distrarsi, fu il funereo cantore della morte: morte prosaica, usuale, vicina, fisica, recuperata  a se stessa. La denudò dei suoi simboli metafisici e metastorici, la liberò dalle croste storiche, e la restituì nella sua umana inumanità. Gli apparve come morte lenta, morte triste, morte bella nell'Altra cosa bella, scritta in sanatorio nel 1926, e in cui l'inflessione crepuscolare si stacca avvertita, perchè Guido Gozzano non è un modello, ma un'anima fraterna, una scheggia sanguinante dello stesso dramma della giovinezza che scende nella tomba. Ma Franco Berardelli non sa sorridere ironicamente della morte come il poeta di Aglie Canavese; sa soltanto ottenerla senza tremare,accettarla senza imprecare, guardare senza fuggire. Non la teme, ma non la desidera, e riposa in questo il suo tenero attaccamento alla vita, che si copre di ombre e ricordi, di nostalgie, di desideri appena accennati. Una rattenuta malinconica spira dai suoi versi scritti con la morte nel cuore,che si porta consapevole a 18 anni e da ragione di un'assenza: gli accenti d'amore. Il lungo matrimonio di amore e di morte, che ha incendiato tante pagine della nostra letteratura, si dissolve, come mummia toccata dall'aria, nella produzione del poeta martiranese:l'amore è concesso ai vivi, che possono morire, non hai moribondi, che non possono vivere. Colloqui, discorsi alla morte, alla sua morte lenta sono i canti, e non alla sua morte soltanto egli è attento. I suoi personaggi sono personaggi di morte, che d'ombra del crepuscolo precipitano nella notte fitta, intensa, irredimibile. Tutti hanno qualcosa di penoso, di fragile, di comune miseria: siano grandi come Saffo o anime semplici come il vicino di letto malato dello stesso male... 

estratto da "Letteratura Calabrese Contemporanea",1972 di Pasquino Crupi 

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                                                                       Notte

Le acute cime dei selvaggi abeti / piegansi ai freschi, molli venti alpini. / Dai monti inaccessibili e segreti, / a poco a poco, sugli annosi pini, / care agli amanti, ai pigri ed ai poeti, / calano l'ombre in giri peregrini: / ed agli umani recano divini / sogni, e serena pace ai cuori inquieti! / Tutto riposa e dorme, mentr'io veglio ! / Greve la notte annunciasi sul mondo / e già la luce lentamente manca ! / Oh ! se potesse riposar la stanca / mente e il ribelle spirto vagabondo / in un sonno che sia senza risveglio !


Franco Berardelli da "I Sonetti " , Roma 1931


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