Giovedì 10 dicembre 2009 4 10 /12 /2009 10:48

La bellezza, la passione, l'idea e lo stile:un repertorio ingenuamente simbolista di estrazione gremisce la poesia che dal 1924, Berardelli  sedicenne ardente studente , scrive nel Convitto Galluppi di Catanzaro. Il ragazzo fu guidato dal padre Giulio Antonio ( alto magistrato) sulla via della letteratura di Carducci e Pascoli, ma è sulla strada appena intravista del decadentismo e  del simbolismo che il giovane Berardelli intraprende il suo cammino. Sicuramente lo avevano preparato a questa "scelta" i discorsi letterari e filosofici ascoltati in famiglia, le letture disordinate e eccitanti che gli consigliavano il padre e gli zii, tutti per apertura intellettuale e per curiosità culturale, molto lontani dal verismo locale e vernacolare calabrese. I Berardelli erano dei liberi pensatori nazionalisti successivamente si identificarono nel fascismo con Mussolini. L'ambiente familiare che circondava il giovane poeta aspirava alla raffinatezza di una cultura aristocratica, venata di decadentismo, quanto di ideali di giustizia sociale, adoravano i miti e le glorie della storia del Risorgimento e la nuova era mussoliniana. Una realtà viva con la maiuscola, da non confondersi con le equivoche volgarità di un "naturalismo" considerato accidentale e anneddotico. In questa atmosfera e sotto tali guide, si formò Franco Berardelli, costretto a restare spesso lontano dall'università per frequenti malattie e gelosamente curato e veramente "formato" dal padre. Filosofia, poesia antica e moderna, politica, lingua francese ed inglese, furono le sue vere materie di studio: uno studio s'intende caotico e appassionato, quale può essere quello guidato da autodidatti intelligenti. Passano sotto i suoi occhi accanto alle opere dei classici greci e latini, Dante, Leopardi,Musset, Shelley,Keats, Wilde, D'annunzio e Gozzano. Fu un lettore accanito, entusiasta nei suoi lunghi giorni di convalescenza e impresse nella memoria migliaia di versi, di citazioni, un patrimonio di parole alate, di concetti, di massime, di rime eleganti e misticheggianti. Un repertorio tra il "enciclopedico" e il "confusionario" che ebbe poi a disposizione sempre per meravigliare anche i più smaliziati dirigenti e intellettuali di Roma.   

  giulioantonio-berardelli.JPG

























Anton Giulio Berardelli 1880 - 1963



                                                          A mio padre

 Con rimpianto e tristezza, io mi rammento / i più bei giorni dell'adolescenza, / quando tempravi l'anima alla scienza, / e il mio cuore educavi al sentimento. / Ora, a vane ricerche io sono intento, / consumo fede, spirito, pazienza; / e mi sembra lo studio, o babbo , senza / la tua guida, un inutile tormento. / Oh !  Ch'io ritorni un giorno dall'esiglio, / libero, sano, al vigile tuo affetto / con cuor devoto, e con virtù di figlio! / E stringendoti allora sovra il petto / pace ritrovi, carità, e consiglio: unico dono che dai Cieli aspetto.   


Franco Berardelli da " I Sonetti" pubblicati nel 1931. 

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Mercoledì 2 dicembre 2009 3 02 /12 /2009 15:26

                                O dolce terra, in cui primieramente
                                                      io vidi, con stupiti, occhi la luce
                                                      tra il bianco fiore dell'arancio aulente
                                                      e l'ossatura della quercia truce,
                                                      un pensiero d'amor, perennemente,
                                                      come acqua in china, a Te mi riconduce.
                                                      Ogni pensiero o gioia che il cor sente
                                                      in palpiti per Te mi si traduce.
                                                      Propaginata dentro tu mi sei
                                                      come i miei nervi dentro la mia carne.
                                                      Ogni impulso da Te mi viene, o Patria.
                                                      E d'ignota dolcezza Tu mi bei
                                                      quando  traversi l'essere, per trarne
                                                      un canto che t'esalti e pianga, o Patria.

E' l'onda calda di amore patrio, che erompe dall'anima di Luigi Siciliani e n'alimenta l'opera dai primi anni all'ultimo istante di vita.
Come la vite aderisce all'olmo, da cui attinge forza e sostegno, come col metallo è intimamente congiunta l'armonia che lo avviva, così lo spirito di Luigi Siciliani si riunisce alla sua Calabria, e da essa trae, quasi da fonte inesauribile, i motivi della sua poesia.
La dolce terra, dove gli aranceti ed i querceti, il Poeta vide per la prima volta la luce,la dolce terra per cui si apria quasi prima la bocca al canto che l'occhio al sole, lo richiama a sè. E sempre che gli ritorna con un pensiero d'amore alla Calabria, che diede i lampi di Pitagora e la dolcezza di Ibico, fiorisce nella sua anima la poesia, come in un giardino chiuso un fiore sconosciuto.
Vennero prima i  suoi "Sogni pagani" su cui frontespizio erano ritratti i ruderi dell'antico tempio di Era Lacinia in Crotone, i quali gli dicevano la grandezza e le glorie della stirpe.



Estratto dalla Conferenza tenuta da Franco Berardelli nel "Circolo dei Calabresi" a Roma nel 1925.
                                     luigi Siciliani
 

 
... Giovanni Francica,(romanzo di Siciliani), il vagabondo del sentimento, il letterato bohemien, che vive, nella società fiorentina, come uno sbandato, ed anella, con senso acuto di nostalgia, alla sua terra lontana, dalla quale s'è dovuto dolorosamente staccare, a me sembra lo stesso Siciliani, consunto dal suo grande amore per Cirò, a Roma.E se è vero che il capolavoro d'arte,com'io credo, sorge, quando si riesce a ritrarre se stessi, se è vero che quanto più un autore si rivela, nei suoi romanzi,tanto più è artista,  Noi, calabresi, portiamo il vanto d'avere avuto per contemporaneo e conterraneo un Poeta, che ha il suo capolavoro: il suo, che  è il nostro .    

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Venerdì 27 novembre 2009 5 27 /11 /2009 09:23

Anche se qualche critico ha espresso riserve sull'opera, Shelley è da tutti riconosciuto cantore della Bellezza, della Libertà, dell'Amore. La sua cultura è fortemente imbevuta di spirito greco e arricchita dalle esperienze europee, più che dall'inglese.  Egli varcò i confini della sua Inghilterra non solo per cercare sollievo alla sua  salute malferma, ma per vivere coerentemente quella libertà di cui fu il diffusore e percui lottò con impegno e coraggio anche se talvolta in una direzione infelice.
Cesare Pavese rimase affascinato dalla sua figura, in una nota critica su Shelley dice: " La sua poesia fu ai suoi tempi definita "satanica". Pochi la degnavano del resto di un'occhiata. Egli morì e pochi decenni dopo lo giudicarono terzo tra gli inglesi dopo Shakespeare e Milton. Io lo porrei il primo: il maggior lirico ch'abbia avuto la terra".
"Spirito di Titano entro virginee forme" è la definizione che Carducci da di Shelley nel canto "Presso l'urna di P.B. Shelley".

 



                                                       A Percy Bysse Shelley


 E ti canto Carducci: forse nelle / cose incantante e bianche dei tuoi sogni / dove le bionde Silfi al sol cadente / guidano le danze, / forse nelle pupille di sirene, / dove  amore si specchia folleggiando / e triste par s'affacci una lieve ombra / di nostalgia/ e ti cercò. Là, presso la tua tomba, / nel Cimitero degli Inglesi, a Roma, / ardeva il cuor dei cuori, nell'effluvio / di primavera. / Silente, con i riverberi offuscati dall'ombra, (era la luna, che montava / sempre in più in alto) il Tirreno scorreva / cupo mugghiando; / pareo una stella più vicina fosse / presso a cader. La nave veleggiava / come verso un sogno di bellezza / nell'aria immota, / e traspariva placido, nell'onde, / un tenue filo della bianca luna : / forse passò una nube, quando avvenne / il naufragio, / e tu sognavi, socchiudendo gli occhi / ( una lieve ventata di capelli /  aveva lasciato trasparir nel bruno un pò di azzurro) / e tu sognavi, placido, fra l'ombre / decise che sfumavano al viola, / e rivedevi in un pensiero triste, / la tua Inghilterra: / un bosco sconfinato,chiaro, dove / tutto era bianco nella triste sera, / e tante rose rosse profumate / nell'aria immota / sembravano rispondere come un'eco / una voce lontana, aver nel grembo / saldo un'immensità di brune e bionde/ capigliature; / e nel ricordo l'anima vagava / con un remaggio d'ali d'oro, sulle / infinità del mar : com'eco di malinconia / e il pensier tornava a quelle case / incantante, create nei tuoi sogni, / palpitanti di gelo del tramonto, / gelo azzurrato: / sembrava si avvolgessero in un velo, / come tacite vergini aspettanti; / parevan avere bianche il riso / delle creature. / A un tratto il cielo s'oscurò. La luna / parve morir tra le nubi, in sogno. / Il mare com'ebbro, tumultuando, avvolse la sua visione,/  e un'altra sorse, lungi, su d'un monte / altissimo: Prometeo bestemmiava / la potenza di Giove: Sulle rocce / moriva l'urlo. / E da trent'anni, mentre l'avvoltoio / il cuore gli rodeva, egli aspettava / qualcuno che scendesse, araldo / alla liberazione; / e li, trent'anni, le Oceanine azzurre / sorgeano nei pepli biancheggianti : / palpitavano tutti come bianchi / veli di sposa. / E lì, nel rosso del tramonto, vide / Io , che fermò la fatal fuga innanzi / a Prometeo: " La gloria ch'è in tua traccia / oggi ti canto. / Oggi ti canto, misera, tradita ! / Quant'anni ancora vagherai nel mondo, / fuggendo tra le genti ! Oggi ti svelo / l'aspro destino!" / E li, rivolto verso il sommo Olimpo, / bestemmiò Giove il sapiente di Scizia. / " Io so ch'ei morrà, nè per preghiera / gli apro i  il futuro" / Disse. Mercurio, l'agil piede mosse / nell'aria e venne a Prometeo davanti : " Pentiti, e svela a Giove il suo destino! " / Ma ei non volle. / Allora, mentre che il sognante vide / gigantesco venir Prometeo all'aria / cadde egli pur ( la nave naufragava/ preda dell'onda ) / e s'aggrappò ad un legno: ed alla Morte / chiese un istante sol, per rivedere / il cielo dell'Italia, ma il Tirreno / negli aspri flutti/ spense la prece del morente; spense / l'ultimo canto, l'ultima visione, / lontano, come intraveduto in sogno, / il ciel d'Italia / parea rifulger, strano di bellezza, / in un velo nascosto di sereno . / E Teti emerse azzurra dalle onde: / gli disse " Vieni, / vieni nei regni sotto il mare, dove / vi son case incantate, come nelle  / tue visioni di grande: troverai / tutti i Poeti. / Tu mi mancavi: ed io ti colsi or ora, / come un fiore; deh ! vieni nel mio regno " fiorirai anche tu lì ricantando / la bella Itlalia. / Io udii la prece tua e m'affrettai / a ricondurti là, dove volevi. / Vieni nei fondi mar: vi sono  bei / cieli italiani ". / E ti cantò  Carducci, presso l'urna nel Cimitero degli Inglesi, a Roma. / / Ardeva il Cuor dei cuori tra gli effluvi / di primavera. / Il ciel d'Italia or sulla chiesa. / Il sol benigno, padre dei raggianti / amor, t'avvolge, e Lalage ripensa / i dolci sogni.



Franco Berardelli da " odi barbare
". 

         
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Sabato 21 novembre 2009 6 21 /11 /2009 09:05

Il latino di Sofia Alessio Francesco si realizza in un linguaggio poetico personale strettamente adeguato alla varietà dei temi trattati, lontano da quello usato dagli umanisti. Egli nasce a Radicena (Taurianova) nel 1873, a sedici anni compose in latino un'elegia  alla Vergine SS. della Montagna. Fu un improvvisatore di epigrammi latini senza sforzo. Sofia Alessio oltre ad avere la padronanza della letteratura latina, frutto di larghe e meditate letture, rivela nei suoi versi un'abilità e uno stile tutto suo. Dei compositori di poesia latina del Novecento, Sofia Alessio insieme a Giovanni Pascoli,  Vittorio Genovesi  e Giuseppe Morabito è stato tra i migliori. Visse insegnando nel ginnasio vescovile di Gerace e successivamente nella scuola elementare di Radicena. Fu un terziario francescano. Per dodici volte ottenne la magna laus nel Certamen Houfftianum di Amsterdam.  Nel 1928 fu nominato bibliotecario a Reggio Calabria, dove visse e successivamente morì il 14 aprile del 1943.
In memoria di Franco Berardelli Sofia Alessio scrisse:

Ut flos lauteolus teneris hyacinthus in herbis
languescit moriens, sic cadit Ille Pius:
at circum suaves succisus fundit odores,
afflatuque suo pectora mulcet adhuc.

(come il fiore fangoso del giacinto
languisce morendo fra tenere erbe,
cosi muore quell'uomo religioso
ma intorno (seppure) troncato fonde i
soavi odori e intenerisce ancora il cuore
col suo soffio vitale) 
                                    traduzione prof. Mimmo Maisto







E' morto il passero.

O Veneri ed Amori, e tristi uomini / che siete sulla terra, ahimè, piangete! / Il passero, delizia della mia / fanciulla, ch'essa amava quasi più / della luce degli occhi, è morto. Esso era / buono e dolce e la sua piccola amica / conosceva si bene, come un bimbo / la madre, nè s'allontanava mai / dal suo grembo, ma saltellando intorno / a lei, or qua, or là, sempre vicino / a Lesbia pigolava... Ora esso è andato / pel viaggio tenebroso, onde si niega / alcun possa tornare: Ma vi incolga / male, o tremende tenebre dell'Orco, / che divorate ogni più bella cosa, / giacchè voi mi toglieste il mio grazioso / passero; or per vostra cagion gli occhi / piccoli della mia fanciulla sono / rossi pel pianto.


Traduzione ritmica  di Franco Berardelli  da  "Elegie" di Catullo e Tibullo Roma 1925


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Domenica 15 novembre 2009 7 15 /11 /2009 11:31

Ogni poeta ha i suoi soggetti preferiti che diventano poesia. In Berardelli anche il "se stesso" diventa "soggetto" nei suoi versi.Nella poesia "a quell'altro me" pubblicata nel 1924 sulla rivista milanese "Il Capriccio" emerge il tema dell'autoritratto psicologico e la consapevolezza di una morte precoce. La vita che imita l'arte, come scrisse l'artista inglese Oscar Wilde.
Il giovane Berardelli imitando i poeti del primo novecento e alcune tematiche care a Guido Gozzano, rifiuta il tempo presente per rifuggiarsi nel tempo passato, la scontettezza, la malinconia, quel suo correre disinvolto attraverso allegorie e cronache minime,  che seziona e ricompone come un quadro cubista fino al limite posto all'indagine della sempre presente realtà.
I versi di "a quell'altro me" nonostante la loro bellezza formale, sono profetici e veritieri, il poeta quattordicenne vede se stesso consumato dal suo male. L'arte è vita e il "FrancoBerardelli d'altri tempi" ha la possibilità di scoprire altro dalla vita, con l'arte egli fa delle scoperte in quanto riconosce nella natura cose che altri non sono in grado di vedere. "Quel FrancoBerardelli d'altro mondo" ebbe cuore di nostalgie e ricordi di giovinezza perduti.



                 A quell'altro me


Nel tuo sguardo, di bimbo che moriva/ tra un velo tenue lieve di celeste, / vidi l'immensità di mille feste / d'azzurro: nel tuo occhio abbrividiva / come la nostalgia d'un vagabondo / desiderio, lontano, d'altri lidi / verso un sogno fuggente. I te rividi / un Franco Berardelli d'altro mondo. / E ti guardavo, triste immensamente / negli occhi tuoi soavi di bambino / che specchiavano come in un vicino / sogno, tra i veli tenui, la fervente/ fanciullezza: Sei tu che mi ricordi / che porti innanzi a me d'adesso, il Me / d'altra volta: ed io ti guardo se / sono quell'io che tu ricordi. / Chi sei ? Non so. Un dì , forse ho incontrato / sulla mia via. Te, nel camposanto / sotto un albero cupo d'amaranto / pel pensiero ridente ed infiorato; / forse piangevi la tua madre morta / col pianto, lento, sconsolato, uguale. / Forse tu, consumato dal suo male, tristemente battevi alla sua porta. / T'ho rivisto tra un pruno e il rosaio / con i piccoli piedi assiderati / dal freddo, cogli zigomi arrossati / in una fredda notte di gennaio. / Mi sei passato innanzi. Sono passato / anch'io dinanzi a te: Tu non m'hai visto / piegavi il volto da una parte, tristo. / Credo che a lungo, allora t'ho guardato. / Un'altra volta t'ho rivisto lì: / nella luce di maggio. Tu sembravi / venir tutto nei tremuli soavi / raggi. Malinconia! Ecco. Fini / Le rose si sfogliano col vento / Erano bianche come i tuoi pomelli; / blande come manine di fratelli / mosse tutte da un solo sentimento. / E tornavo a guardarti un'altra volta / tra le ciglia socchiuse nel gran sole, / Vanità come mucchio di parole / vane o tranquilla immagine sepolta / nell'anima, tra i buoni sentimenti / che affiorano sovente a una dolcezza / strana, ricordi la mia giovinezza / perduta nei dolcissimi momenti / della felicità, che io creava / con le mie mani umane che spariva / come un sogno fuggente ad una riva / di sogno, dove tutto me approdava. / E tu tenevi nello sguardo fondo / la purezza del cielo chiara. Un canto / di giovinezza tu cantavi; il canto / d'un Franco Berardelli d'altro mondo. / Una lieve tristezza quasi nelle / fibre del cor venissero i ricordi / di lira da manine di sorelle. / Piccolo bimbo, tu che mi ricordi / e porti innanzi a Me d'adesso il Me / d'altra volta, ora ti guardo se sono quello così che tu ricordi. / Che vuoi? Io che t'aveva tanto guardato / non t'ho rivisto più nella mia vita. / Forse non eri la malinconia / dell'anima, t'aveva un dì creato. / Forse non eri tu che mi riempi / il cuore d'una strana nostalgia: / e porti avanti alla tristezza mia / un Franco Berardelli d'altri tempi !  


poesia estratta da Voci della notte

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