Sabato 3 ottobre 2009 6 03 /10 /2009 10:21

Nel febbraio del 1930 Berardelli pubblicò sulla rivista "La Donna Italiana", una poesia dal titolo "Roma rinnovellata", che dedicò al chirurgo Raffaele Bastianelli.
In quel periodo il poeta fu ricoverato d'urgenza nella clinica del professor Bastianelli per subirvi in tre diversi tempi una difficoltosa operazione che lo tenne  degente a letto per circa un anno.
La poesia "Roma rinnovellata" pubblicata sul periodico femminile è un canto sulla città eterna, con versi che rendono evidente la storia di Roma antica con la nuova Roma nata dopo la "marcia" guidata dal littorio e dalla recente edilizia architettonica, in modo descrittivo e particolareggiato.Il Foro Mussolini (l'attuale Foro Italico) fu l'opera principale del regime, iniziata nel 1928. Sicuramente Berardelli vide lo stadio dei marmi, monumento simbolo della nuova romanità in costruzione. Uscito dalla clinica Bastianelli, il giovane riscoprì,la città e se stesso, ritrovando un suo equilibrio e una sua misura come uomo e come poeta.
Roma era il centro dell'ispirazione, il mito della romanità associato al mito dell'italiano nuovo, "modello" di civiltà e cultura italiana tutta da costruire. Era così che le gerarchie del regime esortavano gli architetti a lavorare a servizio di un gusto classico-romano; per i valori plastici dalle geometrie perfette.
Berardelli pur non essendo un architetto costruì con la linea verticale del suo stile, impalcature poetiche ricche di aggettivi celebrativi. 


Roma rinnovellata

 Al mago della chirurgia Raffaele Bastianelli, anima romana, con devozione profonda.

Salve a Te, grande città romulea /  dai mille fori, dalle mille anime, / il cielo lontan minacciando, / l'altra fronte tu elevi alle nubi. / Salve a Te! Miro gli sparsi ruderi / della grandezza, della vittoria, / che l'ala del tempo rispetta, /  e proteggono l'ombre romane. / Salve a Te, antica "caput mundi" / che dalla sponda sabbiosa e ondisona / il Tevere biondo saluta / custodendo, qual nume, i Penati. / Sei grande! Il grido di te invincibile /  tra tutti i popoli ripercuotevasi, /  tremavano i Galli e gli Ispani / quando fiera scendevi a battaglia, /  e nella pugna gli ardenti e bellici figli lanciavi fra i densi turbini: /  perivano i prodi soldati, / sorridendo piegavesi a terra: / Correan nel tempio le bionde vergini / in sacri pepli ravvolte, e lagrime, / preghiere di madri, di spose, / cogli incensi salivano a Giove, / ovvero quando, soli nel vortice, / i gladiatori traevan vittoria / sulle arene del tuo Colosseo, / mentre grida sorgean di commento / per le grandi aule. Divino il Cesare / e le estali, dai volti lucidi, / plaudivan, uscendo dall'ombra, / e il sangue romano scorreva. / Giva il trionfo, sul cocchio aureo, / spinto dai quattro cavalli candidi, / per la polverosa via Sacra, / elevasi al ciel l'epinicio. / Che più restava di questa gloria? / Mozze colonne dicean ai posteri / accennando nell'infinito, / i tuoi sparsi vestigi e degli avi ! / Ma tu che splendi, superbo e limpido /  sole, non veda cosa più splendida / di Roma! Ora il fascio littorio / compie l'antico voto d'Orazio, / e un nuovo Duce, anima libera / salda e gagliarda, col sacro simbolo / de la giustizia e de la forza / ti riconduce alla potenza. / Canta il tuo biondo  Nume, il Tevere, / una canzone di lieve musica / e sembra che narri ai passanti / i tuoi annali divini, o Quinto Ennio.

    

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Sabato 26 settembre 2009 6 26 /09 /2009 21:01

La poesia di Berardelli non si allontana mai dalla tradizione classica. Dal canto pieno, non aspira ad un andamento prosaico, discorsivo fatto a mezza voce. I temi di Berardelli si trovano nella tradizione ottocentesca e nella poesia inglese e francese. Pur se lesse "Canto nuovo" e "Alcyone" di Gabriele D'Annunzio, si formò nella "casa paterna", dove il padre alto magistrato e amante dell'arte, lo avvicinò presto alle opere di Campagna Giuseppe, Domenico Mauro e Nicola Misasi letterati calabresi, ma sopratutto a Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli. La tradizione classica romantica agì  come da catalizzatore dei suoi sogni di vita inimitabile, all'attivismo, alla mitologia del  super uomo, nonostante la consapevolezza della propria fragilità dovuta alla malattia che lo tormentò nel corpo. Il giovane poeta colpito dalla tisi non rimase un malato abulico, che aspettava rassegnato la morte, ma contribuì con il proprio lavoro agli ideali e ai valori della patria, della famiglia e all'accettazione del dolore come via di purificazione e dominio sul proprio Io.



EVOHE- LIEO


Evohè! Lieo! Le baccanti chine /  in lente e molli danze turbinose, / col crine circondato dalle rose canine, / fendono i volti pallidi d'ebbrezza / nell'orgiastico rito della vita, / le membra alabrastrine e un'infinita carezza. / Hanno gli occhi velati, pieni d'ombra / le labbra rosse, rami di mortella / pompinei rami sulle tempie. / Nella prenombra, si contorcono, danzano, e le crude carni / splendono , al fuoco: quasi sembra / che ardono tutte insieme, nelle membra ignude. / Ti pongo questa coppa vuota. / Versa il vino giallo, fervido spumante. / Lanciami sulle braccia una baccante perversa. / Io succhierò sulle sue labbra, piano il vino / che tu mi offri con l'oblio; e tu, nell'ombra, / tu sogghigna , o Dio Pagano.

  Berardelli Franco     ( pubblicata sul giornale  "Cronaca di Calabria"  il  30/5/1926)


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Sabato 19 settembre 2009 6 19 /09 /2009 10:43

Il pensiero berardelliano è imperniato dalla cultura inglese, francese e dal classicismo decadente. I numerosi influssi cercati, subiti e talvolta ostentati, non pregiudicarono la sua opera, anzi ne garantirono e legittimarono il suo lavoro.
La morte continuò ad essere la sua grande ispiratrice. Nel 1931 sul numero di luglio della rivista "la Donna Italiana", Berardelli presentò "Suavis" un elogio funebre  per  una  sua giovane amica morta in giugno. Il componimento è alimentato da una profonda commozione romantica. Berardelli con "Suavis" lasciò una sua impronta personale, scrisse di un destino uguale ai fiori che odoravano e vivevano un giorno senza rimpiangere nulla.
Morire non è come crediamo, spesso è un evento assurdo e privo di senso. In "Suavis", il poeta, senza sminuire il dolore e il lutto, vuol farci capire come il tempo che precede la morte sia utile al compiersi di una persona come ad ultimare la trasformazione di chi le sta accanto.
Il professore Alessandro Marracino, genitore della defunta, nel ringraziarlo scrisse:" Il dono è tornato sommamente gradito, anche perchè mi è parso un tributo, che tu hai voluto rendere, al grande affetto, che io ho portato sempre a tuo padre, ed un pegno per quel pò di bene che tu mi vorrai in avvenire...".  Il giovane Berardelli evocò e pianse questa dolce ragazza varie volte nei suoi versi come nella lirica "All'amata" e nella raccolta "Fiamma".

                          SUAVIS

Ella non  fu di questo mondo, e quando le anime elette, liberandosi dall'involucro mortale, torneranno alle sfere, donde partirono, piangono gli uomini, ma cantano gli angeli.
Noi ci rattristiamo. Accolti intorno alla Nobile Famiglia,di cui Ella era vanto, partecipiamo intensamente al comune dolore, stupiti che una  si ridente giovinezza, di schianto si sia abbattuta, anzitempo, sotto la raffica di un male senza rimedio. Noi,  uomini ancora vestiti di carne, schiavi delle sensazioni e dei desideri, materiali di sofferenza, perseguitati da avversi destini, malati ancora di morte, innalziamo pianti elamenti, maledicendo la sorte che tutte, una ad una le cose più belle sottrae alla nostra ammirazione e al nostro affetto.
Ma gli angeli, in cielo, cantano; come quando, ventando con le grandi ali sui voli esangui delle giovinette martiri ne sollevano i corpi martoriati fino all'Empireo. Altre mani, hanno accolto l'anima di SUAVIS: quelle  stesse che, prime s'imposero sulle teste dei giudei, versando l'acqua della purificazione: quelle stesse che ogni anno (io ne sono sicuro) il 24 giugno raccolgono gli spiriti dei trapassati in grazia di Dio, e li spingono verso il trono del Giudice.

                                                                      *** 

Suavis, piccola figura balzata viva da una qualche tela d'angelo musico di Melozzo da Forli; fanciulla mite di nome e di fatto, che dall'illustre genitore traesti acutezza d'ingegno, squisita sensibilità artistica, arguzia scintillante e spontanea, e con la dolce madre gareggiasti in bontà di cuore, in ardente spirito di virtù, di rassegnazione e pazienza; Tu sei passata, sorridente e sognante, quasi trasvolando, su questa terra ingrata e malvagia!
Anche tu...
Troppo presto, è vero; ma questo è il destino dei fiori, che vivono un giorno e non rimpiangono e odorano...
"Mai elle etait du monde
 où les plus belles choses
 ont le pire destin
 Et, rose
 elle a vecu
 ce que vivent les roses :
 L'espace d'un matin!" 
                                                 (Malesherbes)
Ora non più rimpianti-
la tua anima sta nella luce. 
Il corpo riposa, chiuso in quattro assi,
all'ombra degli impassibili cipressi, che 
non sanno piangere.      


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Sabato 12 settembre 2009 6 12 /09 /2009 11:39


Nel 1975 Giampiero Nistico, nei saloni della biblioteca comunale di Catanzaro tenne una conferenza su "Franco Berardelli e l'altra cosa bella".
Il testo usato da Nisticò per la conferenza era stato parzialmente pubblicato su "Calabria Letteraria" nel dicembre 1974.                                                     La morte è tema predominante nell'opera berardelliana,la si può paragonare ad una spina nel sangue. Il poeta cosciente del suo male, acuisce la propria componente crepuscolare di morte, quel morire che nessuna salvezza affranca. La penicillina era ancora sconosciuta in Italia,fu importata dall'America nel dopo guerra. Nel sanatorio di Prasomaso,il poeta vive come in una dimensione di universo parallelo, da cui si può contemplare, sia pure con gli stessi occhi "l'altro" Berardelli. Attraverso "l'altro" può spiare, osservare la vita comunitaria del sanatorio,i banali ma a volte anche interessanti discorsi con i degenti, le speranze e le fughe progettate,le gelosie e gli ozi strazianti nelle corsie dei padiglioni dell'ospedale Umberto I. 
Su questa " montagna incantata" si muore comunque. La morte si fa sentire prima come il "rauco" di un respiro, poi si muta in rantolo e singulto estremo. Berardelli s'innamora della vita e  mantiene vivo quest'amore attraverso la memoria, nostalgia del passato di eroi. La morte è l'opposto della vita, dell'esuberante vittoria. I malati del sanatorio sono creature pucciniane:  Manon e Mimì sacrificate alla morte.  
Nell'atto estremo si sente il malato," Dottore, dottore è finita!".
Mi chiedo come la morte possa aver aiutato il poeta a comporre i suoi versi e la sua vita.  Io penso che lo abbia aiutato ad indirizzare i propri pensieri, le proprie emozioni verso un destino indecifrabile. In una parola a poetare. La morte è sconfitta attraverso la forza della scrittura,  ma soprattuto per amore della Vita. 

      


Giampiero Nisticò - nato a  Trieste il 24/11/ 1940
morto a Cardinale il  30/1/ 2003


" Qual è il canto del Berardelli: quello della Vita, o quello della Morte?  Vita e morte si confondono, pur mantenendo una differenza concettuale, come due entità poste sullo stesso piano in un Universo ed in un Anti-Universo. E' facile vivere, è facile morire; è difficile vivere e morire. Vivere è coscienza di vivere; morire è coscenza di morire: entrambe presuppongono un'accettazione anche inconscia di base. Ma avere coscienza di vivere  e di morire è diverso: dalla drammatica conflittualità del contrasto, si può uscire con la rassegnazione o con la lotta. In Franco Berardelli le due componenti si intersecano, si integrano, si dissociano in un alternarsi di slanci e di ricerca d'interiore rifugio. Il fratello Catullo, il veronese dal dolcissimo canto, gli brilla negli occhi e gli sussurra a fianco: "Maledette voi siate, o tenebre dell'Orco, ch'ogni cosa bella inesorabili rapite!". E il fratello Chopin ruba la magica tastiera alla piangente contessa Potocka, e le sue agili dita aiutano il poeta a spalancare la porta sul gran salto. " 
 ( estratto  da "l'altra cosa bella" - Giampiero Nisticò - Calabria Letteraria, n. 10.11.12. anno1974)  

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Sabato 5 settembre 2009 6 05 /09 /2009 15:12

L'antichità ci tramanda varie figure della leggendaria Elena.

Il suo nome è associato alla guerra di Troia, avvenuta nel Peloponneso il V secolo a.C.
L'affascinante Elena fa parte del nostro immaginario colletivo e si identifica con l'Eros, con la donna fatale, che ogni uomo sogna e teme:troppo bella, troppo complessa e ambigua per essere gestita.
Euripide nell'omonimo dramma del 412a.C.scrisse di Elena,

non come di un'amante capricciosa e senza scrupoli che tradendo il marito Menelao,determina la guerra di Troia, ma di una donna dimessa, prostrata, dignitosa e sofferente.
Le guerre nascono sempre per ben altri interessi e per esse va cercato il pretesto.
Franco Berardelli traduttore e conoscitore della lingua greca e latina, in cinque notti tradusse in meravigliosi metri l' Elena di Euripide. La gazzetta ufficiale n. 49 del 1925 pubblicò il riconoscimento del diritto d'autore.
La traduzione di Elena di Euripide, gli procurò la nomina di socio dell'Accademia di Lettere e Scienze di Napoli.
Secondo Foderaro, il poeta Berardelli fu il più giovane accademico "che sia mai esistito".      






Mi sembra che sia simile ad un dio / quegli che a te di fronte, ascolta e guarda / te dolce sorridente, che togliesti / a me misera tutti i sentimenti. / Quando ti guardo non posso parlare, poichè la lingua mi s' intorpidisce, / e un breve fuoco brucia nelle membra. / L'ombra ricopre gli occhi: e le mie orecchie sibilan; scorre per il bianco viso / il sudore:  e un tremito mi vince: / più pallida dell'erba, quasi sembro / folle e poco lontana dalla morte.
 


Da "liriche " di Saffo -  traduzione metrica di Franco Berardelli

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