Domenica 30 agosto 2009 7 30 /08 /2009 13:20

Ho riletto in questi giorni "il caso Berardelli" di Giampiero Nisticò. Leggendo tralasciai che l'uomo Nisticò scomparve nel 2003,perdendomi nel diletto di quelle pagine. Le apprezzai nel loro valore.Vidi davanti a me un Nisticò vivo,col quale mi sarebbe piaciuto discorrere, dal quale meritare la stima e l'amicizia ed i suoi pensieri commentandoli, ammirandone il significato di certi suoi abbandoni lirici o sentimentali con quell'indipendenza semplice e piana che egli sapeva mettere nel giudicare l'opera di Franco Berardelli.
E intanto da una pagina all'altra veniva delineandosi la fisionomia dello scrittore, senza sforzo e senza generare aggiunte nella sua versatile complessità. Artista e pensatore, interprete di poesia, ma anche ritrattista e critico della letteratura calabrese.
Giampiero Nisticò nacque a Trieste nel 1940, ma visse in Calabria, a Chiaravalle e Cardinale. Oltre al "caso Berardelli"  scrisse saggi su Macchiavelli, Calogero, Mastro Bruno e tanti testi teatrali. Per i suoi meriti letterari e scientifici fu accolto nella Accademia Cosentina e gli fu insignitata la medaglia d'oro dal Presidente della Repubblica
.    







Quel che amo

Cos'amo?  Forse amo il soffiare del vento? Del mare amo, il nulla, l'obliare, la Morte, Fanciullezza divina. Forse amo la spina che rompe le fibre del cuore? Forse amo il dolore del quale mi nutro che grande mi rende mi rende, più grande dell'uomo. Fors'amo, l'Amore, nel sole morente nel cielo splendente d'autunno?  Fors'amo di quello che sento, e bramo ciò di cui il mortale si pente. Cos'amo? La rosa che muore, che tocco, quel bacio di labbra sfiorite, di vite morenti, momenti di gioie. Quel ch'amo non vedo. Quel bianco che sento io amo. Il dolore del quale si nutre il mio cuore, che grande mi rende, più grande dell'uomo del mondo. Io sono la vita finita, la gioia, momento di gioia che brilla nel cupo dolore, scintilla d'amore che rende più grande il dolore, più fitta nel cuore la spina, più dolce la Morte. Io amo le labbra il cui bacio non sento; quel fiore, l'odore del quale m'è occulto.  Il mortale sospiro, il veleno dell'alma, la calma che dice sul mare più cruda tempesta; tempesta che dice sul mare più dolce la calma. Io amo il dolore del quale mi nutro, che grande mi rende, più grande dell'uomo più grande del mondo.    


Da :- Penduli di mughetto - Franco Berardelli.

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Sabato 29 agosto 2009 6 29 /08 /2009 10:10

Franco Berardelli è il giovane poeta sacro, che dovrebbe essere ricordato con  ammirazione dalla gioventù. Morì a ventiquattro anni, ma già a quattordici anni componeva poesie e traduceva dai classici greci e latini. A soli diciotto anni creava  il suo capolavoro con "L'altra cosa bella". La sua varia e molteplice produzione, le sue opere, frutto di dodici anni di lavoro artistico potrebbero fornire argomento per più di una tesi di laurea. Il giovane poeta ha tutti i requisiti per essere considerato uno tra i maggiori della nostra letteratura calabrese. Forse come dice Gaspare Caputo è mancata in molti la convinzione per farlo conoscere.
Caputo ricordando il poeta nel suo breve lavoro "Dopo tant'anni e dopo tanto oblio" cosi scrive:" Parlare di Franco Berardelli suscita in me una grande e sempre nuova emozione, ci si accosta a Lui con sentimento di casta curiosità, direi quasi per consolarlo, ma quando ci stacchiamo dai suoi versi ci rendiamo subito conto che siamo noi a sentire che ci manca qualcosa, quell'amore per la vita che Franco mirabilmente ha saputo trasmetterci, pur cantando la morte!".   





Sconosciuta

Sconosciuta che ho / stretto sul petto, / in un'ora d'ebbrezza / ne la Giovinezza / che sfiora e fugge; / cui ho detto / le tristi parole / il dolore che / tutto distrugge / Ascoltami. Sono / lontano, / fasciato d'oblio / nell'abbandono. / Ritorna col vento; Riabbracciami stretto / chè t'amo. / Ritorna e danziamo.  

10.1.1926 cronaca di calabria -  Voci nella notte- 

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Sabato 22 agosto 2009 6 22 /08 /2009 10:47


Durante le vacanze estive trascorse in Calabria, ho avuto l'opportunità di leggere a l'ombra di un ombrellone "Un poeta della vita" di Sebastiano Nello Maruca.
Il tascabile pubblicato nel 1978 dalla Casa Editrice Pellegrini di Cosenza, è un'attuale biografia su Franco Berardelli. L'esame dell'opera del poeta è condotta da Sebastiano Maruca attraverso liriche estratte da "Voci della notte","Penduli di mughetto","Odi barbare" e "l' Altra cosa bella". Scelta poetica legata ai grandi temi della Meraviglia e della Morte. Attraverso la lettura del libro di Maruca, ho amato con nuovi occhi la poesia di Berardelli, e riscoperto alcuni motivi nuovi che hanno caratterizzato la inquieta Italia dei primi del Novecento. 



 




Arata in profondità la materia classica, esauriti i temi e le forme della poesia greca e romana dal Carducci e dai carducciani, il Novecento non ha più niente da scoprire nel passato e si volge soprattutto a interrogare se stesso.
Verso la fine del Novecento la cultura italiana appare in crisi, si ricercano forme nuove, si tentano nuovi schemi.
Dalla Francia arrivano le suggestioni del parnassianesimo, del simbolismo, dello estetismo; il movimento letterario italiano abbandona i temi sociali del verismo e il tono discorsivo della poesia in nome dell'arte pura, intesa come espressione  di un mondo individuale e circoscritto; ne nasce la poesia sensuale ed estetizzante del D'Annunzio, quella simbolista del Pascoli dopo l'esperienza del crepuscolarismo del Gozzano.
Berardelli si sente più vicino al Gozzano dei rimpianti e al D'Annunzio della stanchezza dei sensi. Come dice Palazzeschi: "Dopo i tromboni dell'Ottocento cantarono gli strumentini, i legnetti, gli oboe, i flauti, gli uomini che invece di fare la voce grossa, sinceramente mantennero quella di fanciulli";
Corazzini, Gozzano e Berardelli erano fanciulli e cantarono quel loro piccolo ed inutile piangere, quel loro dolce morire, quel loro triste e dolce sognare: la Vita.

PREMESSA  -  Un poeta della vita : Franco Berardelli - di Sebastiano Nello Maruca, ed. Pellegrini - 1978 -  




UN TRENO VERSO IL TRAMONTO


Un musico suono di piano / mi giunge all'orecchio, morente, / da un mare lontano lontano./ Sì...sì ! Ciò che qui non si sente, / quel dolce sapore, quel canto, / l'udìì traversar  lentamente / con eco di lugubre pianto; / svanire lontano lontano; / svanir con un triste rimpianto. / E il treno si mosse pian piano...

                                                                                                     Da -"Penduli di Mughetto" - Franco Berardelli 




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Domenica 2 agosto 2009 7 02 /08 /2009 09:03

Le canzoni dell'epoca fascista erano politiche e sentimentali.
Le canzoni dichiaratamente politiche e di propaganda accompagnavano l'ascesa e il consolidamento del regime, come ad esempio "giovinezza" la cui melodia s'ispirava a un canto goliardico composto nel 1909.
Le canzoni di musica leggere, invece, si ispiravano al sentimentalismo, alla nostalgia e all'evasione popolare.
"Donna Italiana " di  luglio-agosto del 1929 pubblicò nella pagina musicale della rivista,  "Attimo nostalgico" un canto goliardico musicato da Gino Benelli per Berardelli. "Attimo nostalgico" fu il risultato della collaborazione, tra due amici che lavorarono insieme alla musica e al testo. In quegli anni le canzoni erano strutturalmente semplici, facili da ricordare. "Attimo nostalgico" fu generata prendendo a motivo la carriera di Bixio e Cherubini. I successi di "Miniera" del 27, del "Tango delle capinere","Scintilla" del 28 e "Rotaie" del 29 erano mormorati e ricordati da tutti gli italiani. 
La canzone di Berardelli fu un utilissimo esperimento. Da questa esperienza musicale nacquero altre poesie musicate da Maraziti e da Corsaro.


  



ATTIMO NOSTALGICO

Dal canto goliardico, della "fantasia Veneziana"


Parole di Franco Berardelli                                                        musica di Gino Bonelli


E muore carnevale / E fugge giovinezza / E' passerà l'ebbrezza / Come un palpito d'ale / Nel vento.../
Quello che va ritorna / Quello che torna và / Fugge felicità / Fugge felicità / Si come quando aggiorna / Fugge la luna.../
Ti vò cantar la mia / Passione: il mio dolore, / Quello che affina il cuore / dolce malinconia, / E canto..
Quello che va ritorna, / Quello che torna và, / fugge felicità, / fugge felicità / Si come quando aggiorna / Fugge la luna.../
Del Canto rimarrà / una vuota tristezza / Perchè la giovinezza/ Fugge e sol resterà / Rimpianto.../
Quello che va ritorna, / Quello che torna và, / Fugge felicità, / fugge felicità/  Si come quando aggiorna  / Fugge la luna../
Come / Passa la vita, senza / Sorriso, adolescenza / Che resta solo un nome... 



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Sabato 1 agosto 2009 6 01 /08 /2009 10:12

"La Donna Italiana" di tutte le testate cattoliche presenti nella metà degli anni venti, fu il mensile più interessante. A quel tempo "Famiglia Cristiana" non esisteva ancora, la rivista paolina nacque molto più tardi esattamente nel 1931. La redazione di "Donna Italiana" per pubblicizzarsi scriveva su ogni numero la frase:" La rivista è indispensabile per la donna intellettuale, per la donna colta, per la donna di casa,per la madre di famiglia, per le italiane tutte che intendono come dall'elevazione della donna dipenda l'avvenire della famiglia e della Patria."
Franco Berardelli iniziò a scrivere su questo mensile femminile a diciannove anni nel 1927. Tra la direttrice e il poeta era nata un'amichevole corrispondenza. Nel mensile di ottobre del 1928, la signora Zopegni mediante la rubrica "lettere alla direttrice" rispose hai saluti del giovane che le aveva spedito da Prasomaso (Sondrio) e ansiosa di poterlo vedere al più presto a Roma lo invitò in redazione a partecipare ad uno dei raduni annuali. Nel dicembre dello stesso anno, Franco pubblicò "Ultime note" che dedicò alla diretrice Maria Magri Zopegni. "Ultime note" è più di una poesia. E' un prezioso cammeo, per una buona sceneggiatura da film. Nella poesia si può quasi sentire e percepire la musica di Chopin, il pianoforte, le mani della giovane pianista sui tasti, il pubblico in sala. Il breve concerto si svolge in un sanatorio, dove la ragazza è li per curarsi, ma purtroppo ormai è troppo tardi per guarire dalla malattia.
Ritornando alla rivista di quel periodo... Il settore che oggi ci appare più interessante della "Donna Italiana" e che ne interpreta compiutamente il progetto culturale è rappresentato dalla rubrica "Rassegna Letteraria". Secondo le esigenze, il periodico avvantaggiava articoli d'attualità, testi di novelle e poesie. Intorno alla rivista ruotava un nucleo attivo di collaboratori legati da rapporti di scambio e di leale solidarietà. La rivista "Donna Italiana" nel 1943 fu soppressa.  




ULTIME NOTE

A donna Maria Magri Zopegni

Libera musica di parole su un notturno di Chopin interpretato, giorni fa, da giovinetta ventenne oggi morta.

Chopin piange; la bionda testa romantica china sul pianoforte antico. / Pallidi volti di sofferenti s'affacciano. Occhi incupiti di sopravvissuti / sorridono o maledicono alla musica triste. / Io sono tra loro, e seguo sulla tastiera il giogo agile delle tue / Mani. / Mani scolpite di marmo. Un rosso rubino, pupilla sanguigna, / s'accende, risplendente nel puro candore. / Io penso che quelle tue dita, tra poco tormenteranno le frange / d'una coperta di raso, e vibranti di ultima vita si torceranno / convulse sui cupi damaschi. / Ti guardo la bocca, solcata da un sorriso di pianto, che quasi / somiglia una smorfia. E penso che questa tua bocca, tra breve, sarà  / sigillata di sangue. / Noi sottovoce, l'un l'altro diciamo con tanta tristezza : " E' / troppo tardi venuta. E' molto malata. Si tratta di giorni". / E tentiamo distoglierti dalla più lieve fatica: anche dal piangere / sovra un notturno, intrecciando armonie, colle tue mani di morta. / La musica è a tutti, tormento, risveglia rimpianti e speranze: / ti stringe la mente, la fronte in cerchio di ferro, ove danzano / in ridda i ricordi; oppure ti fascia di molle languore. E poi s'allontana / vanisce, e ti lascia più triste. / Tu suoni. E' una fuga di trilli; un inseguimento di note che / sembrano singhiozzi,di squilli che sembrano rantoli. Tu suoni, e / non pensi, o forse pensando, non credi si possa morire a vent'anni! / Ma questo è il destino comune di quelli che giungono dalle / città tumultuose, nel chiuso recinto, dove alberga la disperazione / o la morte. / Si tratta di mesi, di giorni, di ore che tutti tentiamo strappare / alla sorte. Che importa se un fuoco continuo ci arde nel petto, se  / l'anima nostra, che un tempo, le folli speranze nutriva,or chiusa / tra quattro pareti a poco a poco sfiorisca? Purchè, o Sorella, si viva ! / La musica triste finisce. Le ultime note,più chiare si perdono / nella penombra. La testa del biondo poeta scompare. / Or chiudi con mano tremante il volume, e volta per noi, ci / sussurri:" Scusate, mi stanco!". / E noi ti guardiamo con tanta tristezza, immagine nota de la / Giovinezza, che un attimo vive di musica, e muore!


      

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