Domenica 26 luglio 2009 7 26 /07 /2009 18:36


"La giovinezza" è un lungo racconto collettivo in cui ciascuno trova la sua storia. Quando si è giovani si hanno gli stessi desideri. Oggi  molti giovani curano il loro corpo frequentando palestre e beauty center, altri vogliono vivere in sintonia con se stessi e l'ambiente. A volte sono apatici, poco interessati ai problemi sociali di cui non vedono una soluzione. Spesso preferiscono non esprimersi in politica ed in altri campi. Esitano a diventare adulti. Fanno fatica a trovare un lavoro stabile e si fanno mantenere dai genitori. Si divertono. Viaggiono con pochi euro. La società li considera "bamboccioni". La giovinezza è la primavera dopo l'adolescenza. La fase adulta secondo la scienza ha inizio con l'arresto della crescita generale. Per la ricerca scentifica le donne diventano adulte intorno ai 22/24 anni. I maschi un pò più tardi intorno ai 25/27. L'età giovanile è invidiabile perchè riesce a convivere con "il prima" e con il suo "poi". Tutti o prima o dopo diventano adulti. E' la  maturità che avanza e ci fa invecchiare.
Nella mitologia greca Ebe è la divinità della giovinezza. La giovinezza, fu un tema prediletto dai maggiori pittori e scultori neoclassici, Canova per primo.  Franco Berardelli era amante della vita in tutte le sue manifestazioni, scrive Foderaro.   Egli era appassionato di pianoforte e del ballo,abile schermitore, conoscitore perfetto del greco, latino, francese e inglese. Berardelli è il poeta della giovinezza, sognare, cantare spegnersi furono i suoi ideali. La poesia "Alla giovinezza" è stata scritta evidentemente dopo una molteplice crisi della malattia. " ...Tinvoco fra le coppe di biondo liquore, tra i baci lussuriosi di etera, tra le danze ferventi tra il fluttuare immenso di strascichi lievi di seta.."
E' l'insistenza che Berardelli rivolge a Ebe. Finchè fù in vita l'ancella della gioventù lo nutri di nettare e ambrosia.

   
                              


Alla giovinezza


Ebe, forma bellissima di giovane donna / e di sogno. Pallida bianca donna. / Pallido bianco sogno sogno. / Trasvolante nell'aria con l'agile piede / del vento lieve come fantasima: / come un velo d'etera. / Cresciuta nel deserto: cresciuta ne la / solitudine ! / Nata lungi dagli uomini, quasi in / un nimbo d'oro. / Trasvolando nell'aria tu lasci, i profumi / inebbrianti / Nelle fervide e sane vene d'adolescenti./ Sulle teste canute ti pieghi si come il ricordo / D'un'età  ch'è passata, d'un'età che non torna./  Come un sogno al risveglio : un rapido sogno svanito/ Triste, nella fumea densa della mattina./  Ebe, donna bellissima, creata nel sogno dell'ora. / Fuggente, dall'aurora, dal tramonto del sole. / Ebe, sogno bellissimo, creato da muliebri mani. / Dolce come carezza, dolce come l'oblio./ O Giovinezza eterna, dal pallido volto di statua/ Lieve come un fantasima, come un velo / d'etera che serbi nella membra, sul volto / il tramonto del sole./ La pallidezza diafana dell'aurora e dell'Alba, / che serbi nella membra la verginità di fanciulla. /  Per cui sogno è la vita, sogno il gaudio e l'amore./ T'invoco fra le coppe di biondo liquore, tra i baci lussuriosi di etera/ tra le danze ferventi tra il fluttuare immenso di / strascichi lievi di seta./ Di occhi tondi neri, di bionde capigliature,/ Quando una dolce musica, con ritmo eguale / ed ardente. / Par si confonda all'aria: par si confonda all'anima./ T'invoco nella danza fervente, là, dove le labbra / S'uniscono nel fremito delle giovani membra.


Franco  Berardelli

     

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Sabato 25 luglio 2009 6 25 /07 /2009 11:42

Ormai mediante il supporto digitale possiamo archiviare un mondo d'immagini. Sul mio computer ho accumulato una massa di foto su Prasomaso. Prima di salutare i Sanatori e con essi Berardelli, vorrei parlare della chiesetta all'interno del sanatorio dedicata a Maria Bambina, posta sul lato nord del padiglione principale. Esternamente è ancora in buono stato di conservazione. Due scalinate conducono al portale d'ingresso,la facciata ha un porticato con tre archi a tutto sesto ed un campanile a vela. L'interno è completamente deteriorato a causa delle infiltrazioni di acqua piovana dalla copertura ormai distrutta.
La croce sulla chiesetta è l'emblema della vita di Berardelli e del suo Golgota.
Il giovane poeta lo abbiamo cercato a lungo e trovato ripetutamente nei suoi luoghi alpini e nelle poesie de "l'altra cosa bella", eppure c'è ancora da scavare, da ascoltare, da vivere.
La vita dell'uomo è fondamentalmente passaggio, non stazione.

 
               


Nel rossso tramonto la chiesa / biancheggia sull'aspra salita /  La croce, sul culmine, addita / l'ascesa. / La bronzea campana spalanca / nell'aria la gola canora, / riempie la valle sonora /  di stanca, / monotona, triste armonia! / In alto una rupe scoscesa ! /  La croce, che addita la chiesa, / la via / tra i pini, gli abeti, i cipressi / è meta d'uccelli vaganti, / che inalzano rapidi canti / sommessi./ E quando la luce vermiglia / annunzia, morendo, la sera,/ il canto diventa preghiera. / Somiglia / un coro di musiche voci, / orchestra d'ignoti strumenti, / portato, da lungi, sui venti / veloci. / Ascolto la voce talvolta / del bronzo venire lontano / perduta tra gli echi del piano / sepolta . / Nel rosso tramonto la chiesa biancheggia, nell'aspra salita / la croce, sul culmine, addita / l'ascesa. / Io penso alla croce, che addita / nel tempo la nostra scoscesa / terribile e rapida ascesa; / la Vita. 

"... la poesia "chiesa alpina": è un piccolo gioiello pascoliniano e mi è piaciuta assai".
                                                             Giuseppe Casalinuovo, (da una lettera inviata al padre del poeta) 


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Venerdì 17 luglio 2009 5 17 /07 /2009 21:42

Il treno regionale Milano-Tirano, ci porta sulla “via dei sanatori di Prasomaso”. La prima cosa che mi colpisce all’arrivo alla stazione di Sondrio sono alcuni palazzi con i tetti di pietra. Di corsa riusciamo a prendere un bus di linea per Tresivio, la strada comincia a salire, le colline ripide sono dotate di terrazza da vigneti. Il tratto caratteristico di questo posto sono le vigne lussureggianti e verdi. Siamo a metà luglio, chissà quanti splendidi colori autunnali nei giorni della vendemmia.

Salendo per Tresivio mi domando a cosa serve costruire nei particolari la vita di un poeta. Forse è un modo per cercare noi stessi. Siamo arrivati al paese, il bus ci lascia accanto all’ufficio postale. Non c’è anima viva in giro. Entriamo nel bar centrale, degli anziani giocano a carte. Il barista portandoci da bere, ci fornisce le prime indicazioni sui sanatori, che da oltre trent'anni sono chiusi e abbandonati. Sono su in alto a milleduecentocinquanta metri, a sette chilometri dalla frazione S. Antonio.

Fa caldo, percorrere sette chilometri a piedi in salita, è una bella sfacchinata. Pensiamo con mia moglie di rinunciare e tornare a Sondrio. Per fortuna tra il gruppo degli anziani che chiacchierano a un tavolino davanti all’entrata del bar, un signore con gli occhiali si offre ad accompagnarci sulla montagna con la sua macchina. Quel signore ha visto che siamo forestieri e che ci interessa Prasomaso, ci racconta la sua storia. Lui ha lavorato nella mensa dell’istituto “Umberto I” e tra le addette alla lavanderia di Prasomaso ha trovato moglie. Ci racconta che dal 1964 fino alla chiusura ha sempre lavorato nel sanatorio. Ci dice che la strada fu asfaltata quando ormai i sanatori stavano per chiudere. L’edificio del sanatorio “L’Alpina”, la riconosco, l’ho vista su internet. L’intera struttura è in degrado, distrutta dalle intemperie e dal vandalismo.  Le coperture in eternit di alcuni padiglioni hanno messo in allarme la cittadinanza. Facciamo qualche foto e poi saliamo più in alto. La valle ricorda per l’interminabile panorama “L’infinito” di Leopardi. Si respira meravigliosamente aria balsamica dalla quantità di pinete. Dopo una serie di tornanti, sul lato sinistro della strada, che sale a Boirolo, tra le sterpaglie si vede l’entrata semicircolare del sanatorio “Umberto I”. Vedere la struttura dell’edificio col suo colore giallognolo è un’emozione profonda. Il signor Ernesto, il nostro accompagnatore ci indica, dove erano poste le caldaie, la cucina, gli alloggi delle suore del Bambin Gesù, la sala cinema, il cortile pavimentato in porfido dove si poteva passeggiare, le terrazze dove i malati prendevano il sole, la sala mortuaria, la chiesetta con il monumento di bronzo del dottor Gatti (il fondatore).  I divieti e la recinzione non ci permettono di oltre passare per scattare altre foto. Tutti i padiglioni sono rovinati, i vetri delle finestre frantumati, i tetti sfondati e pieni di erbacce. Il luogo mette tristezza e indignazione. Possibile che le autorità locali hanno permesso questo degrado e non abbiano pensato a rendere questo luogo un parco museale, un territorio della memoria.  Dinanzi a questi edifici fatiscenti i versi del poeta Franco Berardelli sembrano profetici: “ forse, perché somigli, a chi giunse da fuori la casa della morte, un parco abbandonato”.

Oggi la tbc resta un ricordo, fortunatamente si cura, i sanatori di Prasomaso un tempo luoghi di speranze oggi stanno diventando ruderi di un’archeologia sanitaria.      

 Tm

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Mercoledì 15 luglio 2009 3 15 /07 /2009 15:31

Ho letto di recente i "Sonetti a Orfeo" di Rainer Maria Rilke. In quest'opera c'è tanta mescolanza di vita e di morte,i sonetti furono dedicati a Wera Ouckama Knoop morta di leucemia a diciannove anni. Attraverso Wera, il poeta Rilke scopre nell'intreccio tra i due regni, quello della vita e quello della morte, un terzo nuovo regno, un altro tempo diviso con coloro che sono morti e coloro che verranno dopo di noi. La terza cosa non è vita e non è morte, ma un estremo confine dove il canto della poesia salva le cose  e le redime dalla caducità e le fa proprie.
Penso che Berardelli giunse a questo confine invisibile. Anch'egli come Rilke , scrivendo "l'altra cosa bella" ha cercato quella fine solo intuitiva attraverso l'inferno della tisi, fino alla rivelazione che le cose possono essere salvate con "l'ausilio poetico" in un'opera che contiene tutto, la luce e l'ombra, la chiesa e il cimitero, il fiume e la montagna, la memoria e l'oblio, la vita e la morte. In questo spazio intermedio chiamato da Rilke "terza cosa" non ci sono angeli, Orfeo è la divinità che muore e rinasce nel canto, come nella filosofia classica tutto ciò che muore lascia il posto all'idea.




Disperazione

O madre mia, or che finito il canto / Dolce e nel cuore lugubri cipressi / Tendon le cime e tetro camposanto / Innalza i marmi biancheggianti e spessi / Dove s'annidon l'upupe e il pianto /Dei salici con rapidi e dimessi / Rami cinge le fibre e l'ancoranto. / Sul limitare con sinistri amplessi, / il dubbio morde l'anima passando / profondi solchi scava : il cimitero / Rifuge d'un chiarore a quando a quando / che è la pallida traccia d'un sentiero / luminoso che via va lontanando / E giunge al culmin dell'umano pensiero.

  Franco berardelli  "Voci della notte"
 pubblicata su Cronaca di Calabria 10 0ttobre 1926



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Mercoledì 8 luglio 2009 3 08 /07 /2009 13:18

Ho fantasticato molto Martirano, piccolo paese calabrese, i paesaggi, la sua civiltà contadina, le sue colline ricche di vino ed olio. Da adolescente l'ho interiorizzata leggendo e rileggendo più volte " I grandi di Martirano", libro scritto da Frank Gilles de Gattis (1956) come un viatico, una storia di persone e parole che sentivo sempre amiche.
Frank Gillest de Gattis nacque a Martirano nel 1880, giovanissimo emigrò negli Stati Uniti. Visse a New Castle, dove morì il 3 ottobre del 1964 . Fù molto legato alla famiglia Berardelli.
A New Castle nel 1935 fondò l'Unione Calabro-americana,un'associazione culturale titolata al poeta.
L'Unione Calabro-Americana - Franco Berardelli- tutt'ora esistente cura e gestisce per gli appassionati campi da golf.
Nel giugno del 1940 nella sede dell'Unione, Frank Gillest tenne una conferenza su "Franco Berardelli nella vita e nell'arte", allo scopo di raccogliere fondi per elevare un monumento al poeta a New Castle. La conferenza successivamente pubblicata è un andirivieni di fatti, montati con il poco arbitrio di chi raccoglie i cocci di una vita dispersa colta a posteriori, è un documentario di parole sulla vita breve del giovane Berardelli.
    



Nostalgia        -  " Voci della notte"-

O miei calabri colli / Soli amici, del mio dolor / consolatori arcani, Verdi / d'ulivi sparsi per pendici / che scendono dolcemente / fino ai piani, Dove l'uva / or s'invaia e le felici / Aure silenziose nei lor / strani Giri raccolgon / le voci infelici / Dell'Alma come in pietose / mani, Colli a voi ride il sol, l'albero è in fiore, / Gli usignoli ne albergano / le cime, E ricantano / al suon del fresco rivo, / Io sulla carta tristemente / scrivo, E m'escon le / sconnesse e tarde rime / Chè sopratutto m'è / malato il core.

 Franco Berardelli   ( pubblicata su  Cronaca di Calabria  il 26 / 6 1925) 


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