Mercoledì 24 giugno 2009 3 24 /06 /2009 21:27

Numerosi furono gli artisti simbolisti che scrissero di "Salomè", come Flaubert,Moreau,Laforgue e Mallarmè,però la Salomè più conosciuta è quella di Wilde, considerata un capolavoro. L'opera teatrale fu scritta da Oscar per Sarah Bernhardt durante il suo soggiorno a Parigi nel 1891. Fu rappresentata soltanto nel 1896 e in seguito musicata da Richard Strauss nel 1905. 
La "Salomè" di Berardelli potrebbe essere letta in chiave psicologica più che  simbolica. Fu scritta di getto in meno di sei ore ad Arcevia. La testa recisa di Giovanni Battista, potrebbe rappresentare la conversione del poeta, la liberazione da un regime che gli aveva fatto perdere la testa ma non la sua anima.
Il nome Salomè significa in ebraico "colei che porta prosperità e salute". Per una strana coincidenza che merita di essere indagata, Berardelli con la sua Salomè sviluppò la sua "femme fatale", assai simile alle nuove "dive" del cinema e del varietà allora in voga. 
La rivista "Donna Italiana" pubblicò integralmente il dramma in due quadri nel numero di luglio 1931.  
  


A mio padre, questa Salomè tutta mia, che s'allontana dalle altre interpretazioni drammatiche e poetiche, nata nell'animo mio. Contro il prorompente sadismo della Salomè Wildiana. Libera e dalle catene della storia e dalle nebulosità della leggenda.

Scritta in sei ore il 3 venerdì di giugno 1931-  

                                                                                            Franco Berardelli 



Di Tommaso da Martirano - Pubblicato in : poesia e critica letteraria - Community : Gli amici di Franco Berardelli
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Domenica 21 giugno 2009 7 21 /06 /2009 16:30

Ieri  alla biblioteca Sormani, consultando la rivista "La donna Italiana" diretta da Maria Magri Zopegni, sul numero di marzo del 1933, mi ha colpito un bellissimo articolo  di quattro pagine, scritto da Helsa Montesi Festa, al quel tempo bibliotecaia nella Nazionale Centrale "V. Emanuele" di Roma. Helsa racconta di come conobbe il poeta Franco Berardelli, di cui ne studiò l'opera, assieme al marito Nicola Festa... 
Sembra sensato ora, su queste pagine inserire la parte iniziale del brano.

Considero mia particolare fortuna poter parlare di un giovane poeta, che certamente avrebbe dato del suo ingegno i più splendidi frutti, se morte immatura non l'avesse rapito con furia predace all'affetto e alle speranze dei suoi cari...
Come lo conobbi? In un fascicolo di questa rivista leggendo un giorno un carme intitolato "Santa Ludovina di Schiedam" e firmato Franco Berardelli. Il carme dava una straordinaria impressione di forza e gentilezza insieme. Rievocando la figura di questa santa quattordicenne, descriveva  con tocchi potenti il disfacimento orribile della sua carne, e il tramutarsi della carne corrotta in materia preziosa, sotto il tocco lieve e amoroso del Consolatore Gesù. Mi pareva di leggere qualcheduna delle pagine semplici e potenti, con cui, nel Bollettino delle missioni, i padri Francescani descrivono orridi abissi di corruzione e di putredine spalancati sotto il sole spietato dei tropici e l'ostia, l'ostia immacolata e raggiante, che splende su di essi nel sacrificio della santa messa portando un alito di cielo a quelle popolazioni infelici, remote da ogni consorzio civile.  Capivo che la poesia era di un giovane, sopratutto per la sua freschezza innocente, primigenia,che la irrorava tutta, come un fiore colto all'alba e ancor grondante di rugiada...


Nel gennaio del 1932 "Donna Italiana" pubblicò "Santa Ludovina di Schiedam" un canto sulla vita della santa olandese amata da don Giacomo Alberione fondatore della casa editrice Paoline. La poesia di Berardelli con forti richiami al martirio della carne e alla sofferenza, s'ispira alla storia di Ludovina che fece da riflesso alla sua sofferenza. I versi pieni d'angoscia della vita della santa, evocarono momenti di tragica sofferenza simili a quelli vissuti da Berardelli. Versi che raccontano episodi nei quali la monaca morente rimase sola; soltanto una pia donna le fu vicina, donna che per similitudine ricordava a Franco una suora conosciuta nel sanatorio a Prasomaso dell'ordine di Maria Bambina, suor Antonietta. Nel periodo che scrisse "l'altra cosa bella", suor Antonietta fu il suo angelo consolatore, lei ebbe sempre l'accortezza di entrare in punta di piedi nella sua stanza per non disturbarlo, accarezzandogli la fronte con le mani venate d'azzurro o per aprirgli la finestra.

"Non sento/ i tuoi passi e se sei vicina/ mi volgo e ti guardo:ed avverto/ la tua silenziosa presenza/ pel tuo profumo di fata./ Nel mio delirio, tu stai ai piedi del letto/... tu mi accarezzi la fronte/ hai le mani venate/ sottilmente d'azzurro,/ leggere come ali di fate./ Se il voto non ti legasse/ a un doloroso destino/ più d'uno vorrebbe bere,/ nella conca delle tue mani/ un sorso di oblio..."

(parte di versi della lirica "Suor Antonietta") 

  

Di Tommaso da Martirano - Pubblicato in : poesia e critica letteraria - Community : Gli amici di Franco Berardelli
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Sabato 20 giugno 2009 6 20 /06 /2009 14:27

Nell'autunno del 1931 sulla rivista romana "La Terra e la Gente" di Bernardo Lorecchio, viene pubblicata "alla Calabria" poesia celebrativa di Berardelli dedicata alla nostra regione. Il componimento pur perdendosi nel fumo dell'inutile retorica, è interessante per l'operazione che compie il poeta, promuovendo nuovi miti calabresi del Risorgimento.
Quando si parla dell'età risorgimentale si ricordano i moti e si trascura tutto il resto, la rivolta contadina, la lotta ai briganti, la "questione meridionale" che si trascina ancora adesso.
In Calabria il fascismo di Michele Bianchi, Tommaso Arnone e Luigi Rizza aveva dato "l'illusione del cambiamento". 
Tra il 1926 e il 1931 ci furono investimenti nelle opere pubbliche che riguardarono opere di bonifica delle zone malariche nella piana di S. Eufemia e la valle del Crati, nuove costruzioni stradali, ferroviarie e  la ricostruzione dei centri terremotati. Berardelli evocando il martirio dei fratelli Bandiera e i mille di Garibaldi spera in una Calabria nuova. 


 

     Ti guardo dalla vetta del monte mentre sorridi
     al cielo, alla terra; e il mio cuore esulta. Calabria!




Alla Calabria.

Tu che scuotesti il giogo in groppa al focoso destriero / per le scoscese chine, pei monti, pei piani tuoi, / ritta sul sauro, ondeggiante la sparsa chioma ai venti, / fiera, grande, selvaggia, aspirando alla gloria. / Lungi suonò nell'aere il grido della battaglia, / lungi lo ripercorssero i monti e le valli: / udirono i montani, e scesero armati di zappe, / di vanghe, dalle grotte, dalle case native, / lasciando gli armamenti nei campi, le spose agli altari, / pronti alla morte, col viso raggiante di gloria./ Li videro i pallidi ulivi partire cantando/ una canzone di fede, baldi alla vittoria. / Tu cingesti i tuoi figli di quercia benedicendo / e venner essi dietro l'ombra di Garibaldi / sfavillanti d'ardore nelle rosse camicie, / rosse come il lor sangue, puro sangue d'eroi ! / I fasti di Calabria or celebrate, o numi: e carmi / ai prodi che tu, Reggio, Cosenza, Catanzaro, / immolaste al cruento sacrificio della guerra, / mandate, ninfe, muse canore, nelle tombe. / Là, presso il Crati, dorme eterno sonno il prode Emilio / chinato sul fratello sanguinante, e là i santi / mani di Belfiore vegliano sui nostri destini. / Corre il Crati e difende gli eroi tuoi, o Calabria: / corre tra i verdi campi e le ubertose pianure, / corre silente e segna la tua gloria, Calabria ! / Ti guardo dalla vetta del monte mentre sorridi / al cielo, alla terra; e il mio cuore esulta. Calabria!
                                                                                               Franco Berardelli

  

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Venerdì 19 giugno 2009 5 19 /06 /2009 23:12

Il dodici febbraio del 1932 al cirolo calabrese "Michele Bianchi" di Roma, Gastone Venzi parlò dell'arte di Franco Berardelli e disse: " E' poeta perchè allo stesso modo di come sa restare tra noi, di come sa guardare questa nostra vita quotidiana, di come sa parteciparvi con tutto quello che di bello e di brutto essa gli dà e ci dà, ed allo stesso modo di come egli sa dire tutto il suo meraviglioso e disperato amore alla sua dolce casa e alle persone che gli sono care, certo dell'altra cosa pur a lui immensamente cara che è la sua arte, per la quale tutta la sua anima è luce..."
Per Gastone Venzi, la poesia di Berardelli fu classsica nelle forme di espressione e nei concetti e romantica nello stesso tempo. Il linguaggio Berardelliano si formò e prese fisionomia propria, attraverso tre elementi: il "fanciullino" di Pascoli, il "superuomo" di D'Annunzio e il " santo" di Fogazzaro.
Non è difficile affermare che il periodo fra il 1925 e il 1930 è uno dei più bui della storia letteraria del Novecento. La involuzione della cultura italiana tocca in quegli anni il fondo della parabola, il periodo coincide con la scesa in campo del fascismo e  dopo il manifesto di Croce, non ci sarà più opposizione al regime  fino al dopoguerra.
Parlare delle liriche di Berardelli sarebbe come accumulare aggettivi, restii a catalogazioni. 
Quella sera stessa terminata la conferenza Gastone Venzi andò con un gruppo d'amici a trovare Franco, e trovandolo disteso a letto lo vide già nel suo sudario. Gastone fece fatica a congedarsi dall'amico quella sera, consapevole che l'universo di Franco andava pian piano restringendosi. Berardelli si spense il 10 marzo del 1932. 

 

Ai poeti moderni

Ora che si disfrena a errante volo/ la fantasia poetica dei carmi, / voglio tornare indietro ed ispirarmi / all'Arte antica, e meglio vo' se solo! / Custode di sarcofaghi, di marmi / sepolcrali, e rovine rase al suolo / Mi proclami a gra voce il fitto stuolo / di poeti addestrati a le nuov'armi! / Poco mi curo del mondan rumore! / Non ho di gloria e di ricchezza brama, / e scrivo solo per cullare il core! / Ad altri il lauro e l'agognata fama! / A me silenzio, pace e un pò d'amore / negli occhi della femmina che m'ama! 

Franco Berardelli   
(Cronaca di Calabria 9.4.1931)

 

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Sabato 13 giugno 2009 6 13 /06 /2009 17:09

Di Franco Berardelli  si sono dette e scritte belle parole. Uomini di chiara fama tra cui ( Baccelli, Anile,  Casalinuovo e Piromalli), uomini poco noti o ignoti si sono occupati di lui. Ma l'hanno fatto quasi sempre in rievocazioni, commemorazioni, ricordi e scritti personali; occasioni tutte, queste, nelle quali più che la ricerca e la parola di valutazione dell'artista, si ha quella affettiva, amica e familiare parola di rimpianto di lui e la generica lode tributatagli. In tutti questi anni è mancata una critica, nel senso proprio della parola, cioè il mezzo più idoneo per cui i poeti vivono oltre il tempo e le generazioni. Certo va detto che ciò non si potrà fare compiutamente fino a quando non si ristampi quanto è già stato stampato e si trova ormai solo in rari esemplari nelle biblioteche e sopratutto fino a quando non si pubblicherà tutto ciò che è ancora inedito. Crediamo anzi, che questo sia il migliore servigio che si possa rendere al poeta, e il modo più degno di onorarne la memoria.    


Da una cartolina postale indirizzata al padre del poeta:
 
"Giulio, tu devi pubblicare le poesie di tuo figlio anche a costo di venderti un fondo, poichè tutto è perituro, ed esse sole sono immortali e costituiscono il suo monumento".
                                                
                                                                        Roma 1933,  Luigi Fera

   Il buon esempio di Gaspare Caputo      


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