Sabato 16 gennaio 2010 6 16 /01 /2010 09:25
    Franco Berardelli scoprì la letteratura e la cultura inglese attraverso i “Canti Perfetti” di Luigi Siciliani. Non fu il solo, molti giovani tra cui Cesare Pavese, allora si accostarono al mondo inglese e americano. In Berardelli la letteratura inglese non fu solo un simbolo o una “moda”, ma divenne al di là di una precisa valutazione critica, una esperienza interiore rivolta a una storia propria poetica.
La prima traduzione in inglese pubblicata da Berardelli è quella sulla rivista “La Donna Italiana” nel 1927 “To my feher my first”, successivamente altri esperimenti di versione, li crea e li inserisce nella raccolta “Fiamma”. Tentare un discorso organico sul lavoro di Berardelli traduttore con il poco materiale pubblicato non è possibile verificarne la qualità.
Le traduzioni di Berardelli appartengono al periodo di “apprentissage” del poeta. Egli tradusse Sonetti di H.W.Longfellow e W.Shakespeare,conseguentemente e deliberatamente allo scopo di recare rapporti nuovi nella sua poesia.

 

 francoberardelli.JPG

 




To my father first

english poesy



My sister, my friend, spring evening

has camed

in thy little garden from distant

dreamlamd

Spring evening has camed a ros-brush

is fired

in thy little garden, my sister,my

friend

Our love is entomben in that rosy

grave,

the saderess, my darling watch this

rosy grave.



Translation



Amica, sorella, la sera primaverile è

giunta

nel tuo piccolo giardino da un

lontano paese di sogno

la sera primaverile è giunta un rosario

s'è acceso

ne tuo piccolo giardino, o Sorella

o Amica

Il nostro amore è sepolto in

quella tomba rosata

La tristezza, mia diletta, veglia questa

rosata tomba.


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Sabato 9 gennaio 2010 6 09 /01 /2010 08:58

Il primo sforzo è stato quello di trovare la naturalezza , la profondità e il ritmo d'ogni parola. Con” i Sonetti” Berardelli cercò di trovare una coincidenza fra la matrice tradizionale e la necessità espressiva del suo tempo. Per il giovane poeta era ancora possibile creare un mondo moderno, una poesia in versi, anche se in quegli anni si faceva prosa e poesia in prosa. Attraverso "i Sonetti”, Berardelli ci indica un'ancora di salvezza nel rileggere umilmente i poeti che cantano,egli non cerca Saffo, Foscolo, Leopardi, Shakespeare, Keaks, Shelley, Beethoven, Chopin, come persone ma cerca il loro canto. Il canto di tutti questi artisti li trova nel sonetto, nel bel canto italiano. Attraverso gli artisti “maggiori” ricostruisce il canto con una nuova capacità evocativa conquistata dalle parole. Egli si affida al sonetto come “materia immaginativa”ottenuta nella distanza della memoria,in quella “assenza” piena di risonanza di cui tanto spesso Berardelli ci parla. L'assenza” è il mondo lontano nello spazio e nel tempo che torna a udirsi vivo con il sentimento romantico della memoria e della fantasia. L'assenza è uno dei temi cari alla poetica berardelliana, presente come richiamo all'infanzia perduta,(la zia Serafina, il nonno, Martirano). Alla sua vita da “girovago” per sanatori e ospedali,(il padre, la madre, lo zio Michele, le sorelle). Alla sua innocenza catturata dalla tisi. L'assenza è la evocazione che rasserena l'uomo di pena, il miraggio a cui volgersi nel momento della sofferenza, il richiamo che scaturisce dal contatto tragico con la realtà come dato autobiografico e storia privata che emerge dalla dialettica tra esperienza e parola. Nei “Sonetti” pur se c'è una matrice biografica del poeta c'è anche il canto della gioventù perduta, la gioventù è già un concetto astratto rarefatta stagione di memoria. La memoria diventa testimonianza storica,storia e memoria si chiudono nel cerchio dei simboli e delle analogie,cosicché il poeta può ora recuperare la presenza degli “idoli” perduti,(Glauco,l'Aquilotto,Asburgo,Serra e Baracca). Il tema del mito del mito classico, i resti del passato vivono in lui uomo d'oggi, non fuori la storia ma dentro la storia, (la marcia su Roma). Il tema della religiosità riempie il “vuoto” e “l'eterno”,(la preghiera di V. Ierace, l'ultima cena,Getsemani, via crucis, l'ora sesta) sono i sonetti per un approdo a quella terra promessa dopo la nostra morte.





franci-berardelli-testa.JPG

Voi mi foste conforto ad ogni male In voi chiusi il mio mondo e i miei pensieri.


                                                                 Congedo

Addio, sonetti. Sotto tristi auspici / nasceste nei miei sogni tormentati, / quando, indarno, riposo e tregua ai fati / chiesi sul petto degli antichi amici. / Tutti a me presso, in tempi più felici: / e dal mio cuor scendea pace agli irati, / forza ai deboli, fede ai disperati, / luce ai ciechi e conforto agli infelici ! / Oggi che vado chino sotto il pondo / di tanto afffanno, e cerco sopra i volti / il lume d'un sorriso vagabondo, / per disdegno e dispregio in sè raccolti, / muti, li vedo tutti. E' vero! Al mondo / non c'è pietà, nè posto pei sepolti ! Cosa importa che ad altri faccia festa / il vecchio mondo ( e ai vinti non perdoni) / e d'alloro e di mirto l'incoroni / nella lotta venale e disonesta, / se voi brevi ed amplissime canzoni / foste tregua alla cura più molesta? / Raggi di sole in mezzo ai lampi e a' tuoni / di questa vita simile a tempesta? / Addio sonetti, amici del mio duolo, / fiori sbocciati sotto gl'invernali / venti, e fioriti lungo i cimiteri. / Voi mi foste vicini in tutti i mali, / nelle gioie, nei sogni, e nei pensieri. / Ed or che ve ne andate, io resto solo!.


Franco Berardelli  da " I sonetti" Roma 1931    


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Lunedì 4 gennaio 2010 1 04 /01 /2010 08:49

  Franco Berardelli senza mai smentirsi o distrarsi, fu il funereo cantore della morte: morte prosaica, usuale, vicina, fisica, recuperata  a se stessa. La denudò dei suoi simboli metafisici e metastorici, la liberò dalle croste storiche, e la restituì nella sua umana inumanità. Gli apparve come morte lenta, morte triste, morte bella nell'Altra cosa bella, scritta in sanatorio nel 1926, e in cui l'inflessione crepuscolare si stacca avvertita, perchè Guido Gozzano non è un modello, ma un'anima fraterna, una scheggia sanguinante dello stesso dramma della giovinezza che scende nella tomba. Ma Franco Berardelli non sa sorridere ironicamente della morte come il poeta di Aglie Canavese; sa soltanto ottenerla senza tremare,accettarla senza imprecare, guardare senza fuggire. Non la teme, ma non la desidera, e riposa in questo il suo tenero attaccamento alla vita, che si copre di ombre e ricordi, di nostalgie, di desideri appena accennati. Una rattenuta malinconica spira dai suoi versi scritti con la morte nel cuore,che si porta consapevole a 18 anni e da ragione di un'assenza: gli accenti d'amore. Il lungo matrimonio di amore e di morte, che ha incendiato tante pagine della nostra letteratura, si dissolve, come mummia toccata dall'aria, nella produzione del poeta martiranese:l'amore è concesso ai vivi, che possono morire, non hai moribondi, che non possono vivere. Colloqui, discorsi alla morte, alla sua morte lenta sono i canti, e non alla sua morte soltanto egli è attento. I suoi personaggi sono personaggi di morte, che d'ombra del crepuscolo precipitano nella notte fitta, intensa, irredimibile. Tutti hanno qualcosa di penoso, di fragile, di comune miseria: siano grandi come Saffo o anime semplici come il vicino di letto malato dello stesso male... 

estratto da "Letteratura Calabrese Contemporanea",1972 di Pasquino Crupi 

Immag042letteratura-crupi.jpg



                                                                      
                                                                       Notte

Le acute cime dei selvaggi abeti / piegansi ai freschi, molli venti alpini. / Dai monti inaccessibili e segreti, / a poco a poco, sugli annosi pini, / care agli amanti, ai pigri ed ai poeti, / calano l'ombre in giri peregrini: / ed agli umani recano divini / sogni, e serena pace ai cuori inquieti! / Tutto riposa e dorme, mentr'io veglio ! / Greve la notte annunciasi sul mondo / e già la luce lentamente manca ! / Oh ! se potesse riposar la stanca / mente e il ribelle spirto vagabondo / in un sonno che sia senza risveglio !


Franco Berardelli da "I Sonetti " , Roma 1931


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Sabato 26 dicembre 2009 6 26 /12 /2009 10:39

Anche la letteratura crepuscolare entra tardi in Calabria e vi permane come armamento di consumo al di là di un ragionevole ritardo e come emblema psicologico e stilistico dell'elegia.
Il crepuscolarismo privo di scatti individuali diventa psicologia sociale di gruppi di poeti che si servono di quel tono per comunicare il sentimento di una vita dimessa. Nel sistema letterario borghese il crepuscolarismo esprime la malattia, il disagio, l'Italia povera, la provincia periferica, il materiale psicologico con cui si costruisce la propria vita. Solitamente si tratta - dagli anni Venti in poi -  di strascichi, di scie letterarie, di modi patetico-romanzechi.
Nel caso di Franco Berardelli (1908-1932, nato a Roma da famiglia di Martirano) etisia e crepuscolarismo coincidono.
Berardelli andò alla ricerca della salute in un sanatorio  a Prasomaso sulle Alpi ed ebbe presente ne " L'Altra cosa Bella"(postumo; Roma, 1963) la vita e la morte di Guido Gozzano. Alla sua morte non mancò la esaltazione che la pietà del caso favoriva e il poeta fu celebrato a Roma, in Calabria, in America. Gli s'innalzarono monumenti a New Castle (USA), e certamente se si considera la tragica sorte si comprende quell'esaltazione ma non si è più nella critica essenziale; per cui riteniamo che una migliore misura di giudizio innalzerà il Berardelli che lascia alcuni componimenti spontanei che meritano di essere ricordati non in assoluto (come spesso si fa) ma storicizzandoli nel ritardato gozzanismo. Nei componimenti più maturi il poeta tende a far cadere l'enfasi e la solennità e a esprimere l'elegia individuale e quella degli eroi morenti. Il tono fondamentale è l'attesa della morte, di una morte dolce" morire senza uccidere la vita, / così finire per una breve vena spezzata nel cuore".  Alla malinconia il poeta si rivolge con accenti corazziniani: " Io batto alla tua porta/ con un fiorito ramo./ Accorri al mio richiamo./ in questi giorni tristi, / io lo ricordo, apristi / all'anima mia morta / ...
Il dolore si allevia in qualche momento di evasione dalla relatà nella favola del passato " E il giorno una tavola lieta/ con sopra le azzurre stoviglie; / la sera il giardino incantato/ fiorito tra le meraviglie. Ed ora?/ Non c'è la Signora/ il babbo, mio nonno, mia nonna/ ove mai sono? Una donna/ sconosciuta sta presso il mio letto:/ la suora(Antonietta). O si accascia in Testamento: " Perchè sono stanco / di tutto; di vivere ancora/ in questa dimora!/ vedere due volte al giorno/ un camice bianco, / che chiede con voce uniforme:/ Ha febbre? Non mangia? Non dorme? / Pensare che mi tocca/ morire / tra poco"...  






antonio piromalli letteratura e società
Antonio Piromalli,  tratto da:  "Sulla letteratura calabrese del Novecento ".




                                                                          A ZIA SERAFINA


Se nel ricordo torno ai verdi inganni / della mia fanciulezza, e con lo sguardo / a contemplar la breve via m'attardo / già seminata da cotanti affanni, / fra le speme, le soste, i disinganni / di questa nova sofferenza ond'ardo, / Te vedo, gentil Spirito, e a Te riguardo / come a la dolce madre dei primi anni! / Sacra Vestal di affetti familiari / che prendi nome d'angelo e figura, / e precedi, felice, ai nostri lari, / ripenso nel ricordo a le tue ascose / grazie, al tuo viso, a la tua fronte pura: / " Spesso i nomi convengono alla cose! " 



Franco Berardelli Da "i Sonetti" pubblicati a Roma 1931


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Venerdì 18 dicembre 2009 5 18 /12 /2009 07:05

Dopo la prima guerra mondiale in base al patto di Londra, l'Italia avrebbe dovuto ottenere la Dalmazia settentrionale incluse le città di Zara, Sebenico e Tenim. All'annessione si oppose il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni, appoggiati dal presidente americano Woodrow Wilson. Con il trattato di Rapallo del 12 novembre 1920, la Dalmazia  venne alla fine ceduta allo Stato Sud-Slavo, (Jugoslavia),con eccezione di Zara, delle isole Lacoste e Cazza che divennero italiane.  
Il regime fascista fuse tutte le associazioni pro-Dalmazia nel "Comitato di Azione Dalmatica" allo scopo di uniformare alle direttive del Regime e di rendere sempre più omogenia l'azione per la difesa dell'italianità e i diritti dell'Italia nella Dalmazia. 



. giolitti_ministri.jpg   




                                                                              
                                                                  L'ode Alla Dalmazia



Va con ritmo barbaro d'un'ode
che, primo,ne la bianca Mitilene,*              * isola della Grecia patria della poetessa Saffo
Saffo la bionda, l'infelice Saffo,
trasse dal cuore!

Dolci richiami, tristi appassionate
Querele* al sol, che tutto vede e ode                * lamentele
ed all'Egeo spumante, abbandonava
ella, cantando;

E come stormi di veloci alcioni*                         * specie di uccelli marini
librate in corsa sulle limpid'onde,
le melodie d'amore e le canzoni
giunsero a noi!

Vola sul verso che a l'Ellena Musa
rubò Carducci,* in nostro stil recando,      * Carducci in molte sue poesie si
                                                                                                       rifece ai riti greci
per render  meglio riti, fasti e istorie
de la  sua gente!

Strofe, che chiudi nel tuo breve giro
l'ansioso volo degli endecasillabi,
ti ripieghi, a un tratto, mollemente
sovra un quinario*:                                               * verso di cinque sillabe

Strofe costrutta e salda, cui non giova
ne la vana dolcezza d'elegia
né di giambo furor, ma rude forza
d'un' epopea,

Vola sul mare Adriatico sonante,
che se divide i lidi dell'Italia,
le menti, i cuor, gli affetti non disgiunge
italiani*                                               * descrizione della coste e
                                                                                       del mare di Dalmazia

Ed i paesi, che di verdi colli,
o di selvaggi monti s'incoronano,
e le città ridenti, addormentate
lungo la costa,

e l'isole  emergenti su dall'acque,
bianche nel manto della nuova luna,
che sembrano, al nocchiero, da lontano
Dorsi di Ninfe;

I laboriosi figli della terra
e gli audaci del mar navigatori,
tutta l' Illiria stirpe,o strofa, a nome
Nostro saluta!

Io ti ricordo, o Gente di Dalmazia
Antonio Baiamonti.* Palmo a palmo,                          * patriota di origine dalmata
all'invasione e, alla barbarie Austriaca,
sempre contese

Il suo natio. Ma venne Lissa e l'onta*!                                 * vergogna
Infracida la salma di Persano,
e da un'isola  all'altra la sospinge
il mare giusto!

Così nei tempi antichi , i parricidi *,            
chiusi in sacchi  di cuoio impenenetrabile,                                                                                                                                                                                                         
abbandonati ai venti e alle tempeste
della scogliere,
                                                                * allude a un tipico supplizio di quelle terre
Di qua di là senza riposo o sosta 
vagano, respinti dalla terra,
sbattuti in acqua,privi d'aria, preda
degli elementi!

Ma gli altri, quelli all'infame resa*               *quelli che a una resa disonorevole 
Morte gloriosa elessero,e, tranquilli,             preferiscono una morte gloriosa 
sui ponti di comando, i visi e gli occhi
volti alla Patria,

Lentamente nell'onde inabissarono,
Teti* raccolse nelle reggie occulte,              * madre di Achille, ninfa abitatrice del mare
e il canto dei poeti ancor pel mondo
rende immortali. 

Lissa! Quante speranze e quanti sogni
distrutti già Giuseppe Garibaldi,
contro le mene e gli odi dè massoni,
s'apparecchiava

Con una squadra di camice rosse
ad aiutar gl' insorti; e alla funesta
nuova dell'onta, sanguinò l'augusto
cuore ribelle.

Kvaternik,* biblico angelo pugnace, *              *Eroico patriota dalmata, *
depone l'armi, e il doloroso esiglio                    * combattivo
aspetta e nel silenzi e nel tormento
par che s'addorma! 

Ma all'animo del prode agitatore
quiete infeconda e facile repugna
e la  vision s'affaccia de la Patria
dilaniata.

Raccoglie e chiama a diana* i suoi compagni                        * sveglia
e, come dardo da tes'arco scocca
su Plaski, vince, passa e l'accompagna
canto e peana*                                                                                                  
                                                                                             * di vittoria 
Ma la subdola morte lo raggiunge
in nuova pugna, presso l'avanguardia
dei suoi; con gesti e rapide parole
incita e sprona;

Ali di fuoco, a un tratto lo avvolgono.
Nembri di piombo e turbini l'accecano;
cade sul suolo e dice in un sorriso:
"ne ho abbastanza".

Io ti ricordo o gente di Dalmazia,
il vile tradimento di Rapallo.
Pochi falsari, in nome del diritto,
pochi venduti,

Te stirpe nostra, alle straniere mire
cedean. La voce d'Ercolano Salvi
sonò a raccolta; e all'avvenire disse: 
"noi protestiamo,

Noi protestiamo contro la rinunzia
che il Governo di Roma dell'Illiria
Itala terra contrattò con uno
Stato inimico !

Che il destino più giusto e più sapiente
degli uomini, allontani dall'Italia
 la minaccia, che per il nostro mare
ceduto ad altri,

Ormai perennemente le sovrasta!
Ai popoli lanciata la protesta,
dopo due giorni, si spegnean per sempre
la voce e l'uomo!

Ma lo spirito diviso dai legami *                              * lo spirito  di patria e  libertà 
e dagli affetti, sorvolò sull'aria,
Atttinse luce, e il cielo degli eroi
puro, l'accolse.

Io ti ricordo,o Gente di Dalmazia,
il Natale di sangue: con alterno
modo, nasceva nell'antica grotta,
il Redentore,

E  nugoli di angioli canori
correano il mondo, agli uomini annunziando
pace in terra, ed osanna e gloria a Dio
negli alti cieli.

Pace?...Che pace ? Il sangue dei fratelli
riempie le fosse ed arrossava i fiumi
Zara la santa, Fiume la gagliarda,
Spalato forte

Videro, nei tramonti decembrini,
lungo le strade e nelle vaste piazze,
infrante membra come antichi 
Anfiteatri;

E un uomo Caino,* da l'esausta Roma                       * un traditore ( ma chi?) 
plaudir, ghignando, alla carneficina,
all'agonia di mille legionari
italiani.

E d or che nova gloria il fato adduce
a questa Patria vittoriosa e sacra,
il genio della stirpe si risvegli
e canti al sole:

" un giorno sorgerà, Dalmata gente,                  *  auspicio di una Dalmazia Italiana
in cui, con gloria, sulle tue  marine,
sui tuoi confini, il tricolore vedrai
spiegato al vento" *   

Che non tardi quell'alba di risveglio
quando il ruggito del Leone Veneto
trascorrerà di lido  in lido, nunzio
d'era novella !

Questo l'augurio, il desiderio, il voto
che affido alle aure e, sulla nebbia bassa
solcando il mare Adriatico, ti porta
la mia canzone.

Ascolta: dal mio animo vorrei
trarre un canto che innalzi Monumento
all'insidie del tempo ed all'oblio
Aere perennius.*                                                   * col suono più perenne

 La tua storia sì fulgida* m'ha avvinto                          * splendente
onde sol temo, che a l'eroiche gesta
poco convenga la parola oscura
di ultimo vate!

Ma amor mi detta e guida, e per l'amore
di cui la strofe saffica* ritova                              
forza e sostanza, o gente Nostra, accogli
l'umile canto.                                                     
                                                      * probabilmente la strofe saffica è il metro poetico
                                                                           adoperato da Berardelli  nella presente ode


Franco Berardelli     1930                                                 
  
                                                                                                   


dalmazia1





















  

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