Il treno regionale Milano-Tirano, ci porta sulla “via dei sanatori di Prasomaso”. La prima cosa che mi colpisce all’arrivo alla stazione di Sondrio sono alcuni palazzi con i tetti di pietra. Di corsa riusciamo a prendere un bus di linea per Tresivio, la strada comincia a salire, le colline ripide sono dotate di terrazza da vigneti. Il tratto caratteristico di questo posto sono le vigne lussureggianti e verdi. Siamo a metà luglio, chissà quanti splendidi colori autunnali nei giorni della vendemmia.
Salendo per Tresivio mi domando a cosa serve costruire nei particolari la vita di un poeta. Forse è un modo per cercare noi stessi. Siamo arrivati al paese, il bus ci lascia accanto all’ufficio postale. Non c’è anima viva in giro. Entriamo nel bar centrale, degli anziani giocano a carte. Il barista portandoci da bere, ci fornisce le prime indicazioni sui sanatori, che da oltre trent'anni sono chiusi e abbandonati. Sono su in alto a milleduecentocinquanta metri, a sette chilometri dalla frazione S. Antonio.
Fa caldo, percorrere sette chilometri a piedi in salita, è una bella sfacchinata. Pensiamo con mia moglie di rinunciare e tornare a Sondrio. Per fortuna tra il gruppo degli anziani che chiacchierano a un tavolino davanti all’entrata del bar, un signore con gli occhiali si offre ad accompagnarci sulla montagna con la sua macchina. Quel signore ha visto che siamo forestieri e che ci interessa Prasomaso, ci racconta la sua storia. Lui ha lavorato nella mensa dell’istituto “Umberto I” e tra le addette alla lavanderia di Prasomaso ha trovato moglie. Ci racconta che dal 1964 fino alla chiusura ha sempre lavorato nel sanatorio. Ci dice che la strada fu asfaltata quando ormai i sanatori stavano per chiudere. L’edificio del sanatorio “L’Alpina”, la riconosco, l’ho vista su internet. L’intera struttura è in degrado, distrutta dalle intemperie e dal vandalismo. Le coperture in eternit di alcuni padiglioni hanno messo in allarme la cittadinanza. Facciamo qualche foto e poi saliamo più in alto. La valle ricorda per l’interminabile panorama “L’infinito” di Leopardi. Si respira meravigliosamente aria balsamica dalla quantità di pinete. Dopo una serie di tornanti, sul lato sinistro della strada, che sale a Boirolo, tra le sterpaglie si vede l’entrata semicircolare del sanatorio “Umberto I”. Vedere la struttura dell’edificio col suo colore giallognolo è un’emozione profonda. Il signor Ernesto, il nostro accompagnatore ci indica, dove erano poste le caldaie, la cucina, gli alloggi delle suore del Bambin Gesù, la sala cinema, il cortile pavimentato in porfido dove si poteva passeggiare, le terrazze dove i malati prendevano il sole, la sala mortuaria, la chiesetta con il monumento di bronzo del dottor Gatti (il fondatore). I divieti e la recinzione non ci permettono di oltre passare per scattare altre foto. Tutti i padiglioni sono rovinati, i vetri delle finestre frantumati, i tetti sfondati e pieni di erbacce. Il luogo mette tristezza e indignazione. Possibile che le autorità locali hanno permesso questo degrado e non abbiano pensato a rendere questo luogo un parco museale, un territorio della memoria. Dinanzi a questi edifici fatiscenti i versi del poeta Franco Berardelli sembrano profetici: “ forse, perché somigli, a chi giunse da fuori la casa della morte, un parco abbandonato”.
Oggi la tbc resta un ricordo, fortunatamente si cura, i sanatori di Prasomaso un tempo luoghi di speranze oggi stanno diventando ruderi di un’archeologia sanitaria.
Tm
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