Domenica 15 novembre 2009
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Ogni poeta ha i suoi soggetti preferiti che diventano poesia. In Berardelli anche il "se stesso" diventa "soggetto"
nei suoi versi.Nella poesia "a quell'altro me" pubblicata nel 1924 sulla rivista milanese "Il Capriccio" emerge il tema dell'autoritratto psicologico e la consapevolezza di una morte precoce. La
vita che imita l'arte, come scrisse l'artista inglese Oscar Wilde.
Il giovane Berardelli imitando i poeti del primo novecento e alcune tematiche care a Guido Gozzano, rifiuta il tempo presente per rifuggiarsi nel tempo passato, la scontettezza, la
malinconia, quel suo correre disinvolto attraverso allegorie e cronache minime, che seziona e ricompone come un quadro cubista fino al limite posto all'indagine della sempre presente
realtà.
I versi di "a quell'altro me" nonostante la loro bellezza formale, sono profetici e veritieri, il poeta quattordicenne vede se stesso consumato dal suo male. L'arte è vita e il "FrancoBerardelli
d'altri tempi" ha la possibilità di scoprire altro dalla vita, con l'arte egli fa delle scoperte in quanto riconosce nella natura cose che altri non sono in grado di vedere. "Quel
FrancoBerardelli d'altro mondo" ebbe cuore di nostalgie e ricordi di giovinezza perduti.
A
quell'altro me
Nel tuo sguardo, di bimbo che moriva/ tra un velo tenue lieve di celeste, / vidi l'immensità di mille feste / d'azzurro: nel tuo occhio abbrividiva / come la nostalgia d'un vagabondo / desiderio,
lontano, d'altri lidi / verso un sogno fuggente. I te rividi / un Franco Berardelli d'altro mondo. / E ti guardavo, triste immensamente / negli occhi tuoi soavi di bambino / che specchiavano come
in un vicino / sogno, tra i veli tenui, la fervente/ fanciullezza: Sei tu che mi ricordi / che porti innanzi a me d'adesso, il Me / d'altra volta: ed io ti guardo se / sono quell'io che tu
ricordi. / Chi sei ? Non so. Un dì , forse ho incontrato / sulla mia via. Te, nel camposanto / sotto un albero cupo d'amaranto / pel pensiero ridente ed infiorato; / forse piangevi la tua madre
morta / col pianto, lento, sconsolato, uguale. / Forse tu, consumato dal suo male, tristemente battevi alla sua porta. / T'ho rivisto tra un pruno e il rosaio / con i piccoli piedi assiderati /
dal freddo, cogli zigomi arrossati / in una fredda notte di gennaio. / Mi sei passato innanzi. Sono passato / anch'io dinanzi a te: Tu non m'hai visto / piegavi il volto da una parte,
tristo. / Credo che a lungo, allora t'ho guardato. / Un'altra volta t'ho rivisto lì: / nella luce di maggio. Tu sembravi / venir tutto nei tremuli soavi / raggi. Malinconia! Ecco. Fini / Le rose
si sfogliano col vento / Erano bianche come i tuoi pomelli; / blande come manine di fratelli / mosse tutte da un solo sentimento. / E tornavo a guardarti un'altra volta / tra le ciglia socchiuse
nel gran sole, / Vanità come mucchio di parole / vane o tranquilla immagine sepolta / nell'anima, tra i buoni sentimenti / che affiorano sovente a una dolcezza / strana, ricordi la mia giovinezza
/ perduta nei dolcissimi momenti / della felicità, che io creava / con le mie mani umane che spariva / come un sogno fuggente ad una riva / di sogno, dove tutto me approdava. / E tu tenevi
nello sguardo fondo / la purezza del cielo chiara. Un canto / di giovinezza tu cantavi; il canto / d'un Franco Berardelli d'altro mondo. / Una lieve tristezza quasi nelle / fibre del cor
venissero i ricordi / di lira da manine di sorelle. / Piccolo bimbo, tu che mi ricordi / e porti innanzi a Me d'adesso il Me / d'altra volta, ora ti guardo se sono quello così che tu ricordi.
/ Che vuoi? Io che t'aveva tanto guardato / non t'ho rivisto più nella mia vita. / Forse non eri la malinconia / dell'anima, t'aveva un dì creato. / Forse non eri tu che mi riempi / il
cuore d'una strana nostalgia: / e porti avanti alla tristezza mia / un Franco Berardelli d'altri tempi !
poesia estratta da Voci della notte
Di Gli amici di Franco Berardelli
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Pubblicato in : poesia e critica letteraria
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