ll diciassettenne Berardelli carico di suggestioni della vita trascorsa nella cittadina catanzarese, approda a Roma; il padre rientrato dalla Somalia, ha un incarico nella città eterna.
Per il giovane Berardelli, Roma è una “scoperta”, un luogo dove si approda con lo smarrimento del cuore. Da studente nel Convitto Galluppi di Catanzaro aveva scritto una “Elegia Romana”. La scoperta della sua Roma segna il trapasso dello spazio arcaico calabrese allo spazio urbano della modernità .Berardelli ha grande rispetto per gli scrittori a sfondo “regionale”, in lui convivono due dimensioni che si illuminano vicendevolmente, basti pensare che nel dicembre del 1925 al Circolo dei Calabresi commemora il compianto Luigi Siciliani. Il suo scrittore preferito. Roma chiude la stagione dell'adolescenza e apre il periodo dell'apprendistato culturale che lo conduce alla maturità. Si iscrive all'università alla facoltà di Giurisprudenza. Quando ci si decide per un mestiere, all'inizio c'è sempre un tirocinio. Così è anche per chi scrive poesie. Versi che ci sembrano nati per grazia divina ma sono frutto di un durissimo apprendistato.
“L'Elegia Romana” del Berardelli nel 1936 venne da Davide Mastrandrea trascritta in latino e pubblicata su “Donna
Italiana”. La rivista della Zopegni per molti anni continuò a pubblicare liturgie di cordoglio al giovane poeta, come perpetuo rito commemorativo secondo l'usanza del tempo.
ELEGIA ROMANA
Roma, audis? Roma, urbs divina ex urbibus una
aeternis aeterna, urbs orbis et ipsa, vocas?
Exspectans adsum,venio ad te. Sic redit exul
et patriam terram sic premit ore suam
prorsus ab urbe diu distractus. Te peto, Roma,
te quaero ut nidum quaerit hirundo suum,
teque volo ut carpens fugientis et ultima vitae
momenta os ori colliger et peream
dum tibi laetitia commotum pectus adhaeret,
spiritus et sistiens funditur usque tuo,
dum rubet irrumpens, sicut rubet occiduus sol,
sanguis miscetur purpureoque tuo
et vita et caelum simul uno ardore jugantur
et venam, ut juvenum, turgida vena petis.
Roma, audis? Roma, urbs divina ex urbibus una
aeternis aeterna, urbs orbis et ipsa, vocas?
Dulce vetat gremium nobis nitor ipse coruscus
et vestis niveum virgineumque latus.
Non aliter formam velabant pepla puellis.
Tu, qua succensus mundus amore fuit,
Roma potens, augusta, ferox, Roma inviolata,
omnes alliciens, omnibus et renuens,
consenti mihi. Tu titania germina nostri
Roma feres: vita hine, hinc novus orbis erit.
Hoc scio, coniugium nobils fatale futurum:
venae flagrabunt igne cremante meae
oscula funus erunt, tu prorsus perdideris me.
Hoc scio, Roma, tamen te moriturus amat,
te petit os ori cor cordi affixus. Adurar
ignibus, ipsa quibus tu modo corriperis,
attamen exsultans remeo ad te, Roma, tuumque
ad pectus, tantum si mihi forte semel
tecum vivendum est, tua si conceditur unquam
vita mihi, si das oscula, Roma tua.
Deficio exanguis, dea Roma aeterna, tibi ora
-nonne vides?- lacrymis sunt madefacta meis.
Vena fluit sensimque animos velamen opacat
amplexusque potens solvitur ipse meus ;
languida membra cadunt, laxantur brachia, rauca
vox mea singultu concutiente sonat.
Nunc pereo terram perfundens sanguine. At ultra
tecum vivam. Armis usque corusca simul
nos superabimus arva, memor numerabis avorum
et decus et famam, dum simul ulterius
trans pagos minime tecum, dea Roma, ferendos
ibimus et nobis pervia cuncta patent.
Tu vivens, expers ego vitae. Et sempre amores
larva mei repetam, sed memor umbra tui.
Oscula cantabo celebrandaque carmine membra
et pingues myrrhas aequoreasque comas,
quodque est omne tuum perfusaque sanguine rubro
ora, tuo factus corde poeta, canam.
Carmina cantabo sonitu properantia mortem
te te seu Charytes seu fera bella colas,
Roma pontens, divina mihi urbs ex urbibus una
aeternis aeterna, urbs orbis et ipsa, canam.
Marzo 1936 trad. David Mastrandrea
Elegia romana
O Roma, mi ascolti? O Roma città divina e la sola
eterna fra le città eterne, e tu stessa città del mondo, mi chiami?
Aspettando ti sono vicino, vengo verso di te.
cosi l’esule ritorna e cosi bacia direttamente con la
bocca la sua patria terra separato a lungo dalla città
Ti cerco, o Roma, ti cerco spesso quando la rondine cerca spesso
il suo nido e voglio da te che staccandosi anche gli ultimi momenti
della vita che fugge si raccolga bocca contro bocca e perisca
finché la gioia ti tenga stretto il petto commosso, e lo spirito
arrestandosi si fondi fino al tuo (spirito), finché rosseggi irrompendo,
cosi come rosseggia il sole che tramonta e mescoli il suo sangue
al tuo sangue purpureo e si congiungano la vita e il cielo
insieme in un solo ardore e una turgida vena, siccome giovane,
cerca un’(altra) vena.
O Roma, mi ascolti? O Roma città divina e la sola
eterna fra le città eterne, e tu stessa città del mondo, mi chiami?
Uno splendore per se stesso tremante e una veste
larga, bianchissima e pura, ci impediscono il dolce seno
non diversamente i mantelli nascondevano la bellezza
alle fanciulle
Tu, del cui amore il mondo fu acceso, Roma potente,
augusta, fiera, Roma imbattuta, tutti tenendo uniti e a
tutti opponendoti, acconsentimi.
Tu o Roma porterai i germogli titanici di noi: da
qui la vita, da qui ci sarà un nuovo mondo.
Questo io so: a noi è comune un futuro fatale
le mie vene arderanno di un fuoco che incendia, i miei
baci saranno la morte, tu comunque mi avrai perso
questo so, o Roma, tuttavia uno destinato a morire ti ama,
ti cerca attaccato bocca alla bocca e cuore su cuore.
Sono arso dal fuoco, nel quale me stessa tu poco
fa hai sorpreso, ma tuttavia esultando ritorno verso di te,
o Roma, e sul tuo petto, cosi tanto forte per me bisogna
vivere con te, se mai la tua vita mi sia concessa, se
dai tuoi baci o Roma
manco del sangue, o divina Roma eterna, per te le mie labbra
-non vedi?- sono bagnate dalle mie lacrime.
La vena fluisce e a poco a poco rende opaca l’anima
e il mio potente abbraccio per se stesso si scioglie;
le mie membra languide cadono, si afflosciano le braccia,
la mia roca voce risuona di un singhiozzo persistente
Ora perdo la terra versando sangue. Ma vivrò con
Te al di là.
Noi insieme con le armi supereremo persino i campi
tremolanti, tu memore canterai la fama e l’onore degli
antenati, finché unito con te andremo portandoci fin oltre
i villaggi, o divina Roma, e per noi si apriranno tutti
gli accessi.
Tu vivente, io estraneo alla vita. E sempre ripeterò
le mie furiose passioni, ma ombra memore di te
canterò i baci e le membra che devono
essere celebrate con la poesia e le pingui mirre
e le onde marine, canterò ogni cosa che è tua e la
bocca bagnata di sangue rosso, diventato poeta col
tuo cuore.
Canterò con strepito le poesie che avvicinano la
morte, sia che tu coltivi cariti sia le feroci guerre,
canterò o Roma potente, città per me divina ed
eterna fra le città eterne e tu stessa città del mondo.
Berardelli da "Penduli di mughetto"
dicembre 2007- Traduzione dalla versione latina prof. Mimmo Maisto
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