Sabato 31 ottobre 2009 6 31 /10 /2009 14:27

Sul numero "Scrittori Calabresi" del mese di giugno 1952,(dedicato interamente a  Franco Berardelli per il XX anniversario della sua morte),ho trovato interessante un articolo di Ginnà Martini Rebaudengo in cui si narra un commovente episodio che determinò la lirica "il giorno dei morti". Scrive Ginnà Martini Rebaudengo:
"Verso la fine del 1930, Luigi Fera e Geppino erano andati a trovare Franco nella Clinica Bastianelli, dove aveva subito una dolorosa operazione. Si erano seduti sulla sponda del suo letto, avevano chiesto della sua salute, palpitato per lui,gli avevano offerto butirri e mandarini di Calabria. Franco ne era rimasto profondamente commosso ed il 2 novembre, febbriciante, si era messo a scrivere con intenso ardore ed il padre che gli diceva di sospendere, rispondeva: quando leggerai non potrai farmene rimprovero.
Sorse così la lirica che Luigi Fera leggeva, declamava, con le lacrime agli occhi e che io trascrivo con una emozione infinita per onorare due memorie..."
(quella del poeta, e quella di una mamma stroncata dopo un parto).  




           IL GIORNO DEI MORTI

          Dinanzi al monumento di D. Clarissa Fera


-


Marmo, che hai chiuso, in lungo giro d'anni, / la Giovinezza sua stanca e sfinita, /  e che vedesti ai piedi  tuoi sostare, /  nei giorni della vita, / curiosa e indifferente /  tanta straniera gente / guarda : Quest'oggi,  invece, /  ogni guancia  ha una  lacrima  furtiva, /  ogni bocca una prece. /  Guarda : Quest'Uomo, su cui il tempo passa /  sol lasciando la sua traccia / di neve argentea nella chioma sparsa / e sulla testa bassa / rispettando la faccia, / la bronzea fronte senza rughe, arsa /  dal tumulto incessante del pensiero, / il diritto  corpo fiero, / il cuore forte indomo / ahimè ... quell'Uomo che reca in mano il figlio  giovinetto, / e stringendo sul petto / i tristi crisantemi, /  soffoca il pianto ed il dolor che ancora si rinnovella! /  L'amò tanto d'amor quant'era bella / quando era tutto aprile la sua vita / e la speranza al ciel schiudeva i vanni / ed or l'ama di più, che la gentile / tra gli angeli s'en gita, or son tant'anni! /  Marmo, l'affaticata/ dietro a vane conquiste, umana gente d'altri si oblia troppo facilmente, / ma a cuor che ama ed amò sempre  è presente / il volto e il nome de la donna amata. / Ell'era tanto bella: al suo passaggio / i fiori bisbigliavano fra loro, / chinando il capo e riluceva il maggio, / bionda, più bionda  delle spighe d'oro! / ( Ma la ricordo nella fantasia, / io bimbo prepotente e scapigliato, / o il pensier me la finge assai diversa ? ) /  Ella passò su questa terra avversa / come un'ala di canto e poesia / come un sogno, un sospiro, / un uccellino che non ha più fiato / e tende le ali dove c'è più sole, / così senza parole / timida, paurosa / per quell'oscura cosa / che ti ferma ad un tratto il cuore stanco / e la chiamano morte.../ S'addormentò nel suo gran letto bianco, / tenendo a mano il livido consorte, / mentre un bambino, venuto allora al mondo / ne la vicina stanza / fra le fasce vagiva. / S'addormentò, quegli occhi  immoti  e bui / già colmi d'ombra , il viso moribondo / lucevano una fede, una speranza; / " Gigi, Gigi... per Lui!".     


    

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